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"Pericolo-Trump" gridano quelli che non vedono il pericolo-Islam e il pericolo-Cina. Da oggi nuova rubrica del Tempo: "Tele-Cairo tre contro uno"

Daniele Capezzone
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Ormai è chiaro: per sperare di essere accettati in società, occorre fare professione di anti-trumpismo. Si tratta di una «tessera» invisibile ma indispensabile, di un nuovo green pass: se ce l’hai, puoi transitare; se non ce l’hai, sei considerato contagiato e contagioso, guardato con sospetto dal sinedrio dei «buoni e giusti».

I quali «buoni e giusti» non ne azzeccano una dal 2016: non avevano capito Brexit, non avevano capito il Trump-uno, difendevano Pechino perfino sul Covid, poi ci descrivevano un Biden «lucidissimo», fino alla rovinosa – per loro – campagna pro Kamala, portata in processione come l’eroina che avrebbe eliminato definitivamente dalla scena Trump.

Come sia finita, lo sappiamo tutti. Eppure gli «esperti» sono ancora lì: cotonatissimi e tronfi, pronti per il rito del trucco & parrucco, e poi per la solita saccente lezioncina in tv sul «pericolo Trump».

Per carità: Trump è indubbiamente un tipaccio, non di rado ci fa disperare, e solo una tifoseria accecata non vedrebbe anche le numerose incognite con cui già da tempo dobbiamo misurarci.

 

Quel che però sgomenta è la naturalezza con cui è ripartita la macchina della scomunica, anzi dell’esorcismo. Tutti zitti – invece – sulle inadeguatezze dell’Ue che, per affrontare i problemi energetici legati allo Stretto di Hormuz, ci ha proposto smartworking e bikesharing, cioè di stare a casa o prendere la bicicletta. Roba da pazzi.

Non solo. Gli antitrumpisti ossessivi restano muti davanti ai veri pericoli con cui il nostro Occidente è chiamato a misurarsi: le ambizioni egemoniche cinesi e il mostro del fondamentalismo islamico.

Cosa intenda fare Pechino è fin troppo chiaro: una lunga e sleale guerra commerciale, un poderoso riarmo, una penetrazione in Europa prima sul piano energetico e poi con i suoi prodotti grazie alla (nostra) follia del Green Deal.

Allo stesso modo, è fin troppo chiaro – da un quarto di secolo – cos’abbiano in mente i fondamentalisti islamici. Ce l’hanno spiegato alle Torri Gemelle, al night club di Bali, al treno di Madrid, alla metro di Londra, a Mumbai, a Charlie Hebdo, al Bataclan di Parigi, fino alle scie di sangue più fresco e recente. Vogliono sottometterci e ucciderci. Eppure quelli del «pericolo Trump» anche in questo caso non fanno un plissé.

Anche ieri i presunti «esperti» pensavano che, tra Marco Rubio e Giorgia Meloni, dovesse finire a pesci in faccia. Ovviamente è andata all’opposto: e quindi molto bene, anche se alcuni problemi e il nodo della collaborazione militare restano oggettivamente sul tavolo. E però un punto fermo c’è: è Roma (non Parigi, non Berlino) l’interlocutrice europea privilegiata per gli Usa.

 

 

Ps A proposito di tv. Con il nostro Marco Zonetti parte oggi una nuova rubrica de «Il Tempo»: si chiama «Tele-Cairo tre contro uno» ed è dedicata alle scorrettezze e agli squilibri de La7, la casa del dibattito a senso unico, con la destra assente o accerchiata da interlocutori almeno tre volte più numerosi. L’altra sera Corrado Formigli ha inaugurato la formula «sette contro uno». Vale la pena di ricordare che, in base alle norme vigenti, la correttezza e completezza dell’informazione dovrebbero valere sempre, non solo in campagna elettorale. L’Agcom ha qualcosa da dire o va bene così a tutti?

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