Capezzone: i torti e le ragioni di Donald Trump
No, decisamente Donald Trump non ci aiuta (e nemmeno si aiuta) se si mette a sparare a palle incatenate contro il Papa. Il paradosso è che in questo modo il Presidente Usa rende più deboli le sue ragioni (che non sono affatto poche o fragili come ritengono i suoi odiatori ossessivi) e invece rende più forti i suoi nemici. Pure all’interno delle Mura Vaticane, le sortite scomposte di Trump rappresentano un balsamo, un ricostituente per i bergogliani, per l’area di Sant’Egidio, per la Cei di Zuppi, tutti mondi dai quali era lecito sperare che Papa Leone - pur senza strappi evidenti, senza smentire platealmente il predecessore, senza polemiche pubbliche - prendesse tuttavia le distanze. E invece proprio le chiassate di Trump rischiano di rivelarsi controproducenti. Di più: comportandosi così, il Presidente Usa rende la vita sempre più difficile ai leader politici conservatori che, in giro per il mondo, hanno fatto la scommessa (saggia e doverosa, per quanto impopolare) di dialogare con lui. Le regole della politica hanno una loro geometria: bisognerebbe sempre compattare gli amici e disarticolare i nemici. Trump riesce spesso nel «capolavoro» opposto: disorienta gli amici e aiuta i nemici a solidificarsi e irrobustirsi. Ed è un vero peccato, perché stavolta, come vi spiega con rigore intellettuale il nostro Federico Punzi, Trump ha molti buoni argomenti.
Trump esagera e attacca: “Il Papa è un debole”. Leone replica: “Non ho paura di lui”
Il fallimento del negoziato a Islamabad mostra infatti il vero cuore della questione: gli ayatollah non vogliono affatto rinunciare al nucleare. Su quel tema, il regime iraniano prende in giro il mondo da almeno quindici anni, con un mix di bugie e tattiche dilatorie, quelle in cui sono sistematicamente cascati Obama e Biden, per non dire - a cascata - dei progressisti italiani, che si sono fatti venire il mal di schiena a forza di prostrarsi davanti ai tiranni di Teheran. Nulla li ha fatti dubitare: né il terrorismo contro Israele, né l’avvelenamento di tutto il Medio Oriente (tramite Hamas, Hezbollah, Houthi), né le persecuzioni ai danni del popolo iraniano. Semmai c’è da chiedersi, se non ci fosse stata la doppia iniziativa militare di Usa e Israele la scorsa estate e in queste settimane, a che punto sarebbe oggi Teheran con la sua dotazione nucleare. La risposta è inquietante: gli ayatollah sarebbero molto più avanti, e probabilmente si troverebbero già a un passo dalla possibilità concreta di minacciare il mondo più ancora di quanto facciano oggi.
Cinismo e propaganda a sinistra, a destra rileggere (e usare) l'art. 26
E allora eccoci al cuore della faccenda. Trump ha torto per come parla, ma ha non poche ragioni per i problemi che solleva. L’Ue e la parte europea della Nato farebbero bene a occuparsi della sorte dello Stretto di Hormuz, evitando di limitarsi a scrivere comunicati contro la Casa Bianca. E per altro verso occorre sospendere il Patto di stabilità per evitare conseguenze economiche devastanti: o tutti insieme, o su iniziativa di un paese (ieri Il Tempo ha citato la clausola di salvaguardia nazionale prevista dall’articolo 26 del Patto), o semplicemente sottraendoci unilateralmente a vincoli oggi insostenibili. Per il resto, la guerra non piace a nessuno. Ma ora che c’è, meglio che finisca bene: con il regime non più in grado di nuocere.
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