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Terrorismo, da Parigi l'ultimo schiaffo all'Italia (e alla giustizia)

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Riccardo Mazzoni
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Tutto come previsto: la Corte di Cassazione francese ha messo una pietra tombale sulle speranze dell’Italia di vedere estradati i dieci terroristi rossi fuggiti Oltralpe dopo gli anni di piombo. Sono stati infatti respinti tutti i ricorsi presentati dal Procuratore generale contro la decisione della Corte di Appello di Parigi che a fine giugno dello scorso anno aveva ancora una volta salvato i finti esuli dallo scontare le pene inflitte dai nostri tribunali. Un verdetto pilatesco le cui motivazioni sono state però considerate sufficienti, perché «rientrano nella sovrana discrezionalità dei giudici». Peccato che quelle motivazioni, illustrate dalla presidente della Chambre de l’Instruction, fossero pretestuose e beffarde, come «il rispetto della vita privata e familiare» e come «il diritto a un processo equo», sulla base del pregiudizio ideologico secondo cui in Italia non sussisterebbero le garanzie previste dagli articoli 6 e 8 della Convenzione europea dei diritti dell'uomo.

 

In realtà, la magistratura francese ha sempre negato l’estradizione degli ex terroristi sulla base della cosiddetta «dottrina Mitterrand», che il presidente francese enunciò in un discorso dell’85 che trasformò di fatto la Francia in una zona franca per i nostri criminali politici: «Mi rifiuto di considerare a priori come terroristi attivi e pericolosi - disse - degli uomini che sono venuti, in particolare dall’Italia, molto tempo prima che esercitassi le prerogative che mi sono proprie, e che si erano appena ritrovati qui e là, nella banlieu parigina, pentiti... a metà, o del tutto... non so, ma fuori dal giro». In Francia allora c’era un’ostilità diffusa nei confronti dei metodi con cui era stata condotta in Italia la lotta al terrorismo politico e con cui venivano celebrati i processi per i reati collegati, e questo portò anche la sinistra più istituzionale a chiudere entrambi gli occhi sui condannati per azioni di lotta armata. Neppure Craxi, da presidente del consiglio, riuscì a far cambiare idea al compagno socialista francese, e quella dottrina è rimasta prassi giudiziaria anche dopo la morte di Mitterrand.

Uno spiraglio si era aperto con l’ingresso all’Eliseo di Macron, deciso a sanare quella profonda ferita rimasta aperta da decenni nei rapporti con l’Italia, e soprattutto con la cosiddetta operazione «Ombre rosse», che il 28 aprile del 2021 portò all’arresto degli ex terroristi italiani, i quali tornarono però tutti in libertà tre giorni dopo, sia pure con il divieto simbolico di lasciare la Francia. Macron è stato il primo presidente a rinnegare davvero la dottrina Mitterrand, e dopo l'ennesimo no della magistratura all’estradizione disse pubblicamente che «le persone coinvolte in reati di sangue meritano di essere giudicate in Italia», e di conseguenza il Procuratore generale, in rappresentanza del governo, presentò subito ricorso ritenendo necessario appurare se in caso di estradizione ci fosse o meno la possibilità di accedere a un nuovo processo e ritenendo assurdo paventare la violazione della vita privata e familiare degli imputati.

 

Riconsegnarci i dieci latitanti sarebbe stato un elementare atto di giustizia, prima di tutto per rispetto delle vittime e delle loro famiglie. Invece dalla Cassazione francese è arrivato lo schiaffo definitivo: Giorgio Pietrostefani - condannato per l'omicidio Calabresi - le ex Br Marina Petrella e Roberta Cappelli e altri sette protagonisti della rivoluzione armata possono continuare a vivere impuniti nel paradiso dell’eversione rossa. Nulla da fare dunque: un capitolo tragico degli anni di piombo resterà senza giustizia, e suona beffardo che il ministro della Giustizia di Macron, Eric Dupond-Moretti abbia paragonato i dieci latitanti italiani ai terroristi islamici che insanguinarono Parigi: «Avremmo noi accettato - ha detto - che uno degli autori della strage del Bataclan andasse a vivere 40 anni n Italia? Questi hanno le mani sporche di sangue...».

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