Le donne lasciate sole. Davanti a «Gli uomini che odiano le donne», per riprendere il titolo del celebre libro di Stieg Larsson. E poi ci si chiede perché tante storie finiscano in tragedia. Eppure, spesso, prima c’erano state le denunce: minacce segnalate, paura raccontata, richieste di intervento. Una persecuzione quotidiana che, quando non trova una risposta tempestiva da parte della magistratura, lascia la donna esposta al pericolo.
L’uomo che la perseguita può essere chiunque: un compagno, un ex, un conoscente, un vicino di casa o una persona con cui non ha mai avuto una relazione. Il punto da affrontare è questo: perché una richiesta di protezione già arrivata alle istituzioni non è riuscita a fermare la violenza?
Le responsabilità vanno verificate nei fascicoli, confrontando le date delle denunce con quelle degli interventi. Ricevere una querela non equivale a mettere in sicurezza una donna. La domanda riguarda ciò che lo Stato ha fatto dopo essere stato informato dei maltrattamenti, delle minacce, della persecuzione.
Alle procure spetta un’attenzione particolare: dietro una donna che si mostra forte può esserci una situazione di pericolo che richiede un intervento immediato. La fermezza con cui racconta ciò che subisce non deve portare a sottovalutare le minacce o la persecuzione quotidiana. Anche chi a volte appare sicura può nascondere paura e fragilità e avere bisogno di aiuto. Ogni denuncia va valutata con tempestività e attenzione al rischio, prima che una richiesta di protezione rimasta senza risposta diventi una tragedia.
L’inerzia delle autorità italiane è stata accertata anche dalla Corte europea dei diritti dell’uomo. Nel caso Talpis, deciso il 2 marzo 2017, la mancata azione tempestiva sulla denuncia aveva privato la richiesta di aiuto di efficacia. La vicenda era culminata nell’uccisione del figlio e nel tentato omicidio della madre. Nel caso De Giorgi, del 16 giugno 2022, Strasburgo ha rilevato carenze nella valutazione del rischio e nella risposta alle violenze del marito. Sono vicende di violenza domestica che documentano un fatto preciso: le istituzioni erano state avvertite e la protezione è mancata.
Accanto a questo fallimento va considerata la condizione di una donna senza soldi per un avvocato. Immaginiamo chi non ha uno stipendio, dipende economicamente dal compagno, ha figli da mantenere e teme di non potersi permettere una difesa. Per presentare una denuncia o una querela non è obbligatorio un legale. Ma essere accompagnata nel procedimento aiuta a conoscere i propri diritti, depositare elementi utili e comprendere le comunicazioni ricevute. La capacità di orientarsi tra uffici e atti non può diventare una condizione per essere protetta.
Una tutela economica esiste e va spiegata chiaramente: le persone offese dai reati di stalking e maltrattamenti possono accedere al patrocinio a spese dello Stato anche in deroga ai limiti ordinari di reddito. La Corte costituzionale, con la sentenza 1 del 2021, ha confermato la legittimità di questa protezione. Non si tratta dunque di inventare un diritto, ma di renderlo concretamente utilizzabile attraverso informazioni comprensibili e assistenza nella domanda. Chi teme una parcella insostenibile deve sapere che può chiedere questa tutela.
Il patrocinio, però, non paga un nuovo affitto, non sostituisce uno stipendio e non risolve la gestione dei figli. Immaginiamo una lavoratrice precaria che debba assentarsi per gli appuntamenti, trovare qualcuno a cui affidare i bambini e cercare un luogo sicuro. Per lei chiedere aiuto significa anche affrontare problemi materiali immediati. Un percorso di uscita dalla violenza deve reggere insieme sul piano giudiziario, abitativo ed economico. Altrimenti il diritto alla protezione rischia di rimanere lontano dalla possibilità concreta di ricominciare.
Su questo fronte opera la dottoressa Mariastella Giorlandino, presidente della Fondazione Artemisia ETS. Attraverso il progetto Coesione, la Fondazione presenta un servizio gratuito che integra consulenza legale, sostegno psicologico e assistenza medica alle vittime di maltrattamenti e stalking. Un aiuto che affianca, senza sostituirli, i compiti di protezione delle istituzioni.
Nelle stime preliminari Istat del 2025 circa 3,1 milioni di donne italiane tra i 16 e i 75 anni hanno subito stalking nella vita, il 15,5%. Il dato non misura le denunce annuali e non comprende le cittadine straniere.
Gli strumenti giudiziari ci sono: allontanamento, divieto di avvicinamento, controllo elettronico. Nei procedimenti previsti dal Codice rosso, l’ascolto deve avvenire entro tre giorni dall’iscrizione della notizia di reato, salve le eccezioni di legge. Nei casi indicati dall’articolo 362-bis, il pm valuta senza ritardo, e comunque entro trenta giorni dall’iscrizione del nominativo dell’indagato, i presupposti delle misure cautelari; il giudice decide entro venti giorni dalla richiesta. Sono termini massimi, non un periodo da attendere quando il pericolo esige un intervento urgente.
Dietro le mancate risposte possono esserci carenze organizzative, risorse insufficienti ed errori nella lettura della violenza. Il GREVIO, organismo del Consiglio d’Europa, nel rapporto sull’Italia pubblicato nel dicembre 2025 rileva una valutazione del rischio ancora disomogenea e poco coordinata. Richiama la necessità di personale e finanziamenti e segnala ritardi fino a quattordici mesi nel trasferimento dei fondi ai centri antiviolenza e alle case rifugio. Criticità che richiedono soluzioni verificabili.
Quando una donna denuncia maltrattamenti o una persecuzione quotidiana, la sua richiesta deve trovare un riscontro concreto. La protezione non può essere affidata alla sua possibilità di pagare, insistere o trovare qualcuno che si faccia ascoltare. Servono tempi pubblici degli interventi e verifiche sulle omissioni. Dopo un femminicidio preceduto da richieste di aiuto, occorre accertare chi sapesse, quali decisioni abbia preso e perché la tutela sia fallita. Chiedere alle donne di denunciare significa assumersi la responsabilità di rispondere.