Il blocco della Tangenziale Est di Milano non è stato un «inconveniente della circolazione», né una pittoresca cartolina di dissenso giovanile. È stato un atto di violenza logistica ed economica perpetrato ai danni di decine di migliaia di cittadini comuni. Analizzando l’accaduto con il rigore dei numeri, la vicenda assume proporzioni inaccettabili.
In entrambe le direzioni dalle 11:00 alle 14:00 circa la Tangenziale è stata bloccata per 3 ore circa, ma con code e deviazioni fino alle 16:00. A quell’ora, in quel tratto di strada circolano mediamente tra le 8.500 e le 9.000 vetture. La chiusura totale dell’arteria - con code, smistamenti e strascichi protrattisi fino a 5 ore effettive di blocco della rete - ha innescato un effetto domino devastante. Di regola, per 1 ora di chiusura di un’arteria satura, si genera 1,6 ore di coda a monte. In pratica, circa 27.000 veicoli si sono scontrati con il muro del blocco, mentre altri 18.000-19.000 mezzi sono rimasti intrappolati nelle immissioni autostradali (A4, A52, A50, A1) e sulle arterie di fuga urbane, portando il totale dei veicoli impattati a quota 45.000 - 46.000, di cui circa l’ 85% = 38.500 - 39.000 auto, oltre al 15 di mezzi pesanti e furgoni. Calcolando l’occupazione medi dei veicoli, significa che oltre 60.000 cittadini sono stati sequestrati nel traffico o bloccati a monte. 60.000 persone costrette a perdere in media 5 ore della propria vita, del proprio lavoro; e poi chi ha perso l’aereo, il treno, una visita medica o un appuntamento importante di vita, di lavoro o di assistenza. Applicando i parametri standard di produttività, questa pagliacciata collettiva ha bruciato quasi un milione di euro di ricchezza netta in un solo pomeriggio, senza contare le merci deperibili bloccate, i camion fuori orario e i passeggeri disperati diretti a Linate, la benzina sprecata. Senza parlare dello stress per le persone intrappolate. Questa non è dialettica democratica: è sequestro di persona, è violenza psicologica, è danneggiamento
la favola del corteo «pacificamente» violento
La narrazione dominante offerta da gran parte dei media con il coro unanime dei quotidiani pronti a esaltare la «assenza di atti di violenza fisica esplicita» sfiora il ridicolo grottesco. Si descrive con indulgenza accademica una mattinata fatta di petardi, insulti beceri alle forze dell’ordine, scritte oltraggiose contro i massimi rappresentanti delle istituzioni e la sfilata sotto lo striscione della «Generazione Maranza».
La verità, lontana dalle solite redazioni ipocrite, è che bloccare un’infrastruttura critica dello Stato per tre ore è un atto intrinsecamente violento. La violenza non si misura soltanto con le ossa rotte o i sassi tirati: esiste una violenza coercitiva e sistemica, ed è quella di chi sequestra sessantamila persone, impedendo a un lavoratore di rientrare a casa, a un fornitore di rispettare le consegne o, peggio, a un’ambulanza di scorrere liberamente.
Ridurre tutto a una goliardica e inoffensiva bravata giovanile, magari giustificandola con la foglia di fico del «carovita» o della protesta sociale, è un esercizio di ipocrisia colpevole. Si coccola una frangia di manifestanti che calpesta impunemente la libertà altrui, legittimando il principio per cui il più prepotente può prevalere. I media che edulcorano la cronaca parlando di «corteo pacifico» si rendono complici di un equivoco morale e culturale pericolosissimo: la totale svalutazione dei diritti delle persone coinvolte.
Un paese ostaggio del buonismo peloso
È ora di finirla con il trucco di non chiamare le cose con il loro nome. Chi blocca le strade d’Italia non sta difendendo i lavoratori: sta danneggiando i lavoratori veri, quelli che la mattina si spaccano la schiena per timbrare un cartellino o mandare avanti un’azienda, e che ieri sono stati umiliati e bloccati per ore in mezzo allo smog e all’impotenza.
Fintanto che tollereremo questa tolleranza pelosa, che giustifica l’illegalità diffusa in nome del «disagio giovanile» o della protesta di in malafede, l’Italia intera resterà ostaggio di una minoranza rumorosa e impunita. La libertà di manifestare finisce esattamente dove comincia quella degli altri di circolare e vivere liberamente. E chi non ha il coraggio di ammetterlo, barattando la verità con il quieto vivere mediatico, è parte del problema.
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