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IL CASO La guerra infinita al vino «fai da te»

Purtroppo non è una novità. In un periodo in cui il made in Italy fa gola e diventa oggetto del desiderio per i grandi colossi internazionali (vedi alla voce Bernard Arnault e gruppo Lvmh) torna a...

Purtroppo non è una novità. In un periodo in cui il made in Italy fa gola e diventa oggetto del desiderio per i grandi colossi internazionali (vedi alla voce Bernard Arnault e gruppo Lvmh) torna a far notizia la contraffazione. Un forma particolare di contraffazione visto che stiamo parlando di vino. È di qualche giorno fa, infatti, la notizia che il Consorzio di Tutela Barolo Barbaresco Alba Langhe e Roero è riuscito a vincere una battaglia nell’eterna guerra contro i «wine-making kit». Di che si tratta? In estrema sintesi di vino «fai-da-te». Una moda piuttosto diffusa all’estero dove, con poche decine di euro, si può comprare un kit che, stando agli annunci, vi consente di realizzare comodamente nella vostra cucina (o garage se preferite) bottiglie dei vini più pregiati. Il Barolo, appunto, ma anche Valpolicella, Montepulciano, Verdicchio, Chianti , Gewurztraminer. E chi più ne ha più ne metta. Due i problemi. Il primo è che la «miracolosa» bevanda viene realizzata miscelando acqua e bustine in polvere. Il secondo che questo miscuglio viene spacciato per le più prestigiose etichette italiane. Una vera e propria «truffa» che, purtroppo, continua a perpetrarsi ai danni dei consumatori e di chi, con pazienza e fatica, cerca di realizzare prodotti di qualità. Certo, qualcuno potrebbe dire che non tutti sono così «fessi» da credere a queste false promesse, ma negare il problema è pericoloso. Anche perché, secondo le stime più recenti, sarebbero almeno 20 milioni le bottiglie di «pseudo-vino» realizzate con i kit nei diversi Paesi dell’Ue. Così è chiaro che, anche se si tratta della classica «goccia nel mare», fa piacere sapere che grazie alla tenacia del Consorzio quindici annunci di questi «strumenti magici» sono stati cancellati dal sito internet eBay. Mentre due società inglesi sono state diffidate dall’utilizzare, sui loro portali web, la parola «Barolo» per vendere i loro wine-set. «Dal 2009 - racconta il presidente del Consorzio Pietro Ratti - abbiamo fatto un passo in più registrando i marchi Barolo e Barbaresco in tutto il mondo. E ora siamo riusciti a far cancellare alcuni annunci. Il Consorzio intende proseguire con serietà questa azione di monitoraggio per tutelare la denominazione. Non bisogna abbassare la guardia. Ad esempio abbiamo diffidato alcuni siti inglesi ad utilizzare il nome Barolo. Lo hanno cambiato sì, ma con Barolla. Che giocando su un’assonanza, induce in inganno il consumatore». Insomma, la guerra continua. Nelle Langhe si sta anche valutando la possibilità di richiedere l’intervento della Defra (Department for Environment, Food and Rural Affairs), il dipartimento del Governo britannico responsabile delle questioni ambientali, agricole e alimentari. Mentre l’attità di controllo è stata affidata agli avvocati della Sib, la Società italiana brevetti che ha sede a Roma. Purtroppo i costi sono piuttosto elevati e non sarebbe male se qualcuno, nei palazzi della politica, si interessasse all’argomento. Perché è vero, dispiace vedere marchi storici del made in Italy migrare verso l’estero (l’ultimo, notizia di ieri, Pernigotti venduto al gruppo turco Toksoz), ma spiace di più vedere le nostre eccellenze «svilite» per quattro soldi. Sarebbe bello non leggere più frasi tipo: «Se ti piace il vino potrai realizzare un buon vino da tavola per meno di due dollari a bottiglia». Soprattutto sarebbe bello non vederlo più spacciato per Barolo.

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