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IL CASO Americani «pazzi» per le nostre migliori bottiglie di vino

Dagli 8.000 ettolitri del 1940, anno in cui si è cominciato a registrare la quantità di vino importata negli Usa dall’Italia, ai 2,5 milioni del 2011 (per 1,2 miliardi di euro): numeri che raccontano...

Dagli 8.000 ettolitri del 1940, anno in cui si è cominciato a registrare la quantità di vino importata negli Usa dall’Italia, ai 2,5 milioni del 2011 (per 1,2 miliardi di euro): numeri che raccontano come, in 60 anni, tra lunghi periodi di crescita costante e qualche temporanea flessione, più o meno importante, si sia evoluta la «storia d’amore» tra il vino italiano e gli States, che oggi per il Belpaese rappresentano il mercato straniero numero uno e dove i nostri vini sono al top in volumi e valori tra quelli importanti. Una storia lunga, come riferisce il sito «Winenews.it», di cui è testimone privilegiato, tra gli altri, Lucio Caputo, che già dal 1974, con l’Italian Trade Commission, e negli ultimi anni alla guida dell’Italian Wine & Food Institute, l’ha vissuta da dentro. Una storia che racconta di come serva tempo e costanza per raggiungere grandi risultati in Paesi lontani. Con un percorso che oggi, l’Italia del vino, cerca di ripetere anche in Cina. Ma il mercato italiano, nonostante questo exploit negli Stati Uniti non riesce a conquistare le vette del mercato con i singoli produttori. Un gotha nel quale dominano esclusivamente imprese californiane e cilene. Mentre non solo l’Italia ma tutta l’Europa resta fanalino di coda. Nell’immenso panorama mondiale dei brand enoici, ce ne sono infatti alcuni capaci di fare numeri straordinari (calcolati da «The Drinnks Business»), imponendosi nei mercati dei quattro angoli del globo con profitti da capogiro. Nel 2012, proprio come nel 2011, al primo posto, come riferisce sempre il sito www.winenews.it, c’è Gallo, brand della Gallo Family leader negli Stati Uniti ed in Gran Bretagna con una produzione di 16 milioni di casse da 9 litri (pari a 192 milioni di bottiglie, il 6,8% in più del 2011). Ma la sorpresa più grande è la new entry sul secondo gradino del podio: per la prima volta entra in classifica la cinese Great Wall, di proprietà del Governo di Pechino, che nel 2012 ha messo sul mercato qualcosa come 15,5 milioni di casse di vino (186 milioni di bottiglie), e dopo il successo interno è pronta a puntare anche sui vigneti di Francia e Sud America per crescere ancora. Sul gradino più basso del podio l’australiana Hardys del gruppo Accolade, a quota 14 milioni di casse (168 milioni di bottiglie), in crescita dell’1,7% sulla produzione 2011. Scende dal podio (era al numero 2 nel 2011), ma cresce ancora in termini assoluti, Concha y Toro, la più grande azienda cilena, che tocca le 13,64 milioni di casse prodotte (163,68 milioni di bottiglie) e si afferma alla posizione numero 4. Dietro, il brand australiano Yellow Tails, del gruppo inglese Caella Wines, a quota 12,9 milioni di casse (154,8 milioni di bottiglie, come nel 2011, quando, però, era al n. 3 del ranking). Alla posizione numero 6 Sutter Home, in Napa Valley, controllata dalla Trinchero Family Estates, con 11,4 milioni di casse (136,8 milioni di bottiglie, +2,6% sul 2011), seguita alla posizione numero 7 da un’altra azienda californiana, Robert Mondavi, di proprietà della Constellation Brands, con 11,22 milioni di casse (134,64 milioni di bottiglie), il 3,3% in più del 2011, quando era in quarta posizione. Al numero 8 figurano ancora gli Stati Uniti, con Beringer, del gruppo Treasury Wine Estates, a quota 8 milioni di casse, ossia 96 milioni di bottiglie, proprio come nel 2011 e, come allora, davanti a Lindeman’s, sempre di Treasury Wine Estates, con 7 milioni di casse prodotte (84 milioni di bottiglie). A chiudere la top ten, l’australiana Jacob’s Creek, della Pernod Ricard, a quota 6,9 milioni di casse, pari a 82,8 milioni di bottiglie.

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