Altrotempo

Arte e vino in casa Tognazzi

Nella tenuta di famiglia Giammarco dà vita al sogno del padre «Adorava le cose semplici e amava più la terra che il cinema»

Roberta Maresci Con le farfalle fuxia di Ugo meglio l’Antani, rosso da uve Syrah, o il Tapioco, un Velletri Bianco Superiore da uve Malvasia, Trebbiano e Bombino? Non è una “supercazzola”, ma l’inizio di un viaggio, in puro stile “Amici miei”, nella “fabbrica di gusto e suggestioni” immaginata fin dal 1969 dal Conte Mascetti, alias ugo Tognazzi, nella sua tenuta “La Tognazza” a Velletri. Oggi in vendita anche da Eataly di Oscar Farinetti, i due vini sono gli stessi nettari e l’etichetta fatta a mano da Ugo, per accompagnare i suoi piatti, nelle “cene dei dodici apostoli”. Incontri gastronomici dove sono nati libri firmati dal grande attore (come L’Abbuffone, Il Rigettario, La Mia Cucina e Afrodite in Cucina). E cenacoli dove Mario Monicelli, Vittorio Gassman, Paolo Villaggio, Pupi Avati e altri gustavano le ricette (oltre 1500) “autografate” da Ugo, dando i voti a quanto mangiato. Da qualche anno, la cantina è tornata a splendere di luce propria grazie all’impegno dell’attore Gianmarco Tognazzi (terzo dei quattro figli di Ugo), dal 24 aprile nelle sale con “Viaggio sola”, film di Mariasole Tognazzi. Come è nata l’idea di produrre vino? “In un certo senso, ho sentito l'obbligo di un passaggio di testimone. Ho dato fiducia alle intuizioni di Ugo che parlava di biologico negli anni ’70, inventava tornei mixando sport e cinema, scriveva ricette, pubblicava libri di cucina e credeva un ritorno della gente alle cose semplici e naturali. La sua passione era più la terra che il cinema. Avrebbe voluto aprire un ristorante: chissà che non si riesca a farlo, lì dove Ugo cucinava, ristrutturando la casa di famiglia. Ma La Tognazza Amata non vuole diventare un agriturismo. Restiamo fedeli alla filosofia di Ugo: cose fatte in casa per il piacere di condividerle”. Quando è nato il vino? “Quando sono nato io. Fino a 18 anni sono cresciuto tra frantoi, vendemmie e i sogni ortofrutticoli di papà, che il suo contadino di fiducia Lino traduceva in pratica. Ugo sognava per me un futuro da agronomo, ma ho scelto di fare l’attore e sono andato via di casa. Nel 2006 mi sono spostato con Valeria e siamo tornati a vivere nella tenuta. Ci abita anche mamma. Abbiamo ripreso in mano la cura dell’orto e delle vigne. Su suggerimento di mio suocero, Giovanni Pintore, e dell’amico Alessandro Capria, visto il gradimento dei prodotti, abbiamo ampliato la produzione non più soltanto per la cerchia di amici”. Si aspettava tanto successo? “No. A 22 anni dalla scomparsa di Ugo mi stupisce la fiducia incondizionata per un prodotto “a scatola chiusa”. Che conosci solo bevendolo. Eppure via internet abbiamo venduto 18mila bottiglie!” La sua mission? “Sono per il tramando, non per l’obbligo. Non siamo una cantina, ma abbiamo chiuso un accordo con Stati Uniti, siamo in forse con l’Australia e la Cina, per vendere il nostro vino oltre i confini. Abbiamo creato un’associazione culturale per legare cinema e cibo, vorremmo formare un brand, una squadra che selezioni prodotti artigianali di alta gastronomia per metterci “la faccia”. Con le farfalle fuxia di Ugo meglio l’Antani, rosso da uve Syrah, o il Tapioco, un Velletri Bianco Superiore da uve Malvasia, Trebbiano e Bombino? Non è una «supercazzola», ma l’inizio di un viaggio, in puro stile «Amici miei», nella «fabbrica di gusto e suggestioni» immaginata fin dal 1969 dal Conte Mascetti, alias ugo Tognazzi, nella sua tenuta «La Tognazza» a Velletri. I due vini sono gli stessi nettari e l’etichetta fatta a mano da Ugo, per accompagnare i suoi piatti, nelle «cene dei dodici apostoli». Incontri gastronomici dove sono nati libri firmati dal grande attore (come L’Abbuffone, Il Rigettario, La Mia Cucina e Afrodite in Cucina). E cenacoli dove Mario Monicelli, Vittorio Gassman, Paolo Villaggio, Pupi Avati e altri gustavano le ricette (oltre 1500) «autografate» da Ugo, dando i voti a quanto mangiato. Da qualche anno, la cantina è tornata a splendere di luce propria grazie all’impegno dell’attore Gianmarco Tognazzi (terzo dei quattro figli di Ugo), dal 24 aprile nelle sale con «Viaggio sola», film di Mariasole Tognazzi. Come è nata l’idea di produrre vino? «In un certo senso, ho sentito l’obbligo di un passaggio di testimone. Ho dato fiducia alle intuizioni di Ugo che parlava di biologico negli anni ’70 e credeva in un ritorno della gente alle cose semplici e naturali. La sua passione era più la terra che il cinema. Avrebbe voluto aprire un ristorante: chissà che non si riesca a farlo, lì dove Ugo cucinava, ristrutturando la casa di famiglia. Ma La Tognazza Amata non vuole diventare un agriturismo. Restiamo fedeli alla filosofia di Ugo: cose fatte in casa per il piacere di condividerle». Quando è nato il vino? «Quando sono nato io. Fino a 18 anni sono cresciuto tra frantoi, vendemmie e i sogni ortofrutticoli di papà, che il suo contadino di fiducia Lino traduceva in pratica. Ugo sognava per me un futuro da agronomo, ma ho scelto di fare l’attore e sono andato via di casa. Nel 2006 mi sono spostato con Valeria e siamo tornati a vivere nella tenuta. Ci abita anche mamma. Abbiamo ripreso in mano la cura dell’orto e delle vigne. Su suggerimento di mio suocero, Giovanni Pintore, e dell’amico Alessandro Capria abbiamo ampliato la produzione non più soltanto per la cerchia di amici». Si aspettava tanto successo? «No. A 22 anni dalla scomparsa di Ugo mi stupisce la fiducia incondizionata per un prodotto a scatola chiusa. Che conosci solo bevendolo. Eppure via internet abbiamo venduto 18mila bottiglie!». La sua mission? «Sono per il tramando, non per l’obbligo. Non siamo una cantina, ma abbiamo chiuso un accordo con Stati Uniti, siamo in forse con l’Australia e la Cina. Abbiamo creato un’associazione per legare cinema e cibo, vorremmo formare un brand che selezioni prodotti artigianali di alta gastronomia per metterci la faccia».

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