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Un padre lascia in eredità al figlio un vino così misterioso che quando il ragazzo ne beve un bicchiere insieme con un amico si trovano entrambi proiettati in un mondo altro che forse è addirittura il Di là.

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Econ conseguenze particolarmente funeste se, tra quelli che tornano, c'è un assassino seriale cui non par vero di ricominciare ad uccidere. La polizia indaga, ma la brava agente che si è messa in moto ignora di avere dei superiori loschi, bene informati della situazione e pronti a servirsene ai propri fini, del tutto deplorevoli… Questo lo spunto. Lo ha dipanato, poi assumendosene la regia, un autore anche attore, Luciano Capponi, in arrivo pur essendo qui un esordiente, da vario teatro, un po' di televisione e un certo numero di colonne sonore per la radio. Forse troppe cose che, almeno in questo suo primo film, non riescono a proporsi in modo ordinato. Comincio con la storia. L'idea di mescolare il Di là con il di qua poteva avere una certa suggestione, ma lo stesso Fellini ne ebbe paura quando rinunciò al «Viaggio di Mastorna». Difatti tutto è fragile, non solo perché quel viaggio prende l'avvio da un bicchiere di vino e come guida ha una farfalla (da cui il titolo ambiziosamente in inglese), ma perché, a parte l'assassino seriale che ricomincia a uccidere, tutti hanno scarsissimo peso e si inseriscono a fatica in un contesto cui, nella speranza di dare un senso e un vigore, si aggiunge, ma molto a margine, la faccenda del poliziotto deviato che, grazie a quella scoperta, spera di conquistare il…mondo. Si segue a stento, gli elementi narrativi sono fastidiosamente ingarbugliati e generano confusione ad ogni svolta. Gli interpreti non aiutano. Anche quelli più noti, Giorgio Colangeli e Barbara Bouchet, emergono spaesati dal pasticcio che li circonda.

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