Oded Ailam: "Trump è partito bene ma rischia di finire male"
Oded Ailam, già capo dell'antiterrorismo del Mossad: «Il presidente Usa e il suo team sembrano non aver compreso le dinamiche di una negoziazione in Medio Oriente»
Oded Ailam è stato a capo della Divisione Antiterrorismo del Mossad e attualmente è dirigente del Jerusalem Center for Security and Foreign Affairs, Centro per la Sicurezza e gli Affari Esteri di Gerusalemme Jcfa.
Gira la notizia che il Mossad avrebbe licenziato due alti funzionari per aver fallito nelle operazione di regime change in Iran. Israele ha effettivamente tentato di rovesciare il governo iraniano? Cosa è andato storto?
«L'idea generale era quella di creare sufficiente instabilità interna in Iran per incoraggiare la popolazione a tornare in piazza, sfruttando al contempo le divisioni all'interno dell'establishment politico e delle forze di sicurezza. Uno scenario possibile prevedeva il ritorno di Ahmadinejad in qualche forma come figura politica ad interim, insieme a sforzi per incoraggiare le fazioni disposte a scontrarsi con le Guardie Rivoluzionarie e i Basij. Nel loro insieme questi elementi avrebbero potenzialmente potuto creare le condizioni per il crollo del regime. Tuttavia, a quanto risulta, il piano non ha mai raggiunto la fase operativa. Il presidente Trump ha infine interrotto il processo, in parte a causa delle pressioni turche sulla questione curda. Le notizie secondo cui alti funzionari del Mossad sarebbero stati licenziati dal nuovo direttore a causa del fallimento di questa presunta operazione, sono inesatte: il piano non è fallito sul campo di battaglia, non ha mai veramente preso il via».
Il Mossad continuerà a tentare di rovesciare il governo iraniano?
«Non posso dare informazioni concrete che indichino che un'operazione del genere sia attualmente in corso.
Tuttavia, presumo che il cambio di regime rimanga una delle opzioni strategiche che i dirigenti israeliani potrebbero prendere in considerazione nelle circostanze appropriate. I servizi segreti raramente escludono definitivamente un'opzione semplicemente perché le circostanze politiche attuali non sono favorevoli».
È ancora possibile una rivoluzione popolare in Iran?
«Al momento una rivoluzione popolare di successo è altamente improbabile. Affinché un movimento del genere diventi realizzabile, sarebbe necessario esercitare una pressione economica sostanzialmente maggiore sul regime, fino a quando la sua capacità di mantenere il sistema esistente non comincerà a vacillare. La difficoltà sta nel fatto che né gli Stati Uniti né l'Europa sembrano attualmente disposti a sostenere i costi economici e politici necessari per creare quel livello di pressione. Tutti parlano dell'Iran di domani, ma pochissimi sono disposti a pagarne il prezzo oggi».
Cosa ne pensa di Reza Pahlavi e Maryam Rajavi? Sono alternative credibili?
«Né Reza Pahlavi né Maryam Rajavi sono attualmente percepiti in Iran come leader nazionali sufficientemente credibili e capaci di sostituire il regime esistente. Entrambi godono di una notevole visibilità a livello internazionale e di sostegno tra alcune frange della diaspora iraniana e le comunità dissidenti all'estero. Il loro punto debole, tuttavia, è il divario tra il riconoscimento internazionale e l'effettiva influenza politica all'interno dell'Iran. Le loro voci possono avere una forte risonanza all'estero, ma la questione cruciale è quanto risuonino all'interno del Paese».
Perché le milizie curde non sono intervenute in modo decisivo?
«La risposta semplice è che il Presidente Trump ha impedito che questa opzione si concretizzasse. Senza l'approvazione politica e il sostegno militare americani, un'avanzata curda su larga scala, soprattutto se dipendente dal supporto aereo israeliano e americano, era semplicemente irrealistica».
Le minacce e i ripensamenti del Presidente Trump hanno danneggiato la credibilità americana?
«Assolutamente sì. A mio parere, il Presidente Trump e il suo team hanno ripetutamente dimostrato di non comprendere appieno le dinamiche dei negoziati in Medio Oriente. In questa regione, negoziare non è semplicemente uno scambio di proposte; è una competizione che coinvolge pazienza, psicologia, credibilità e percezione della forza. Il Ministro degli Esteri iraniano, Abbas Araghchi, ha scritto ampiamente sull'importanza che l'Iran attribuisce alla negoziazione come strumento di potere.
Comprendere questa mentalità è essenziale prima di avviare negoziati con Teheran.
L'errore fondamentale è permettere all'avversario di credere che la negoziazione sia più necessaria per sé stessi di quanto lo sia per lui. In Medio Oriente mostrarsi apertamente ansiosi di negoziare può essere interpretato non come diplomazia, ma come debolezza. Il tavolo delle trattative è una scacchiera circondata da un campo minato: occorre comprendere entrambi gli aspetti prima di fare la prima mossa».
Entrambe le parti affermano di aver vinto la guerra. Qual è la situazione reale?
«La realtà non riguarda tanto le dichiarazioni di vittoria, quanto piuttosto le percezioni successive al confronto. Gli Stati Uniti sembrano aver perso gran parte del loro interesse per un confronto militare prolungato, mentre la fiducia dell'Iran è estremamente elevata. Teheran attualmente si percepisce in una posizione di vantaggio. Questa percezione è di enorme importanza. Nella cultura strategica mediorientale, credere che l'avversario abbia perso la volontà di intensificare il conflitto può talvolta essere quasi altrettanto importante quanto l'effettivo equilibrio militare. Le guerre si combattono con le armi, ma il loro esito è spesso determinato dalla percezione».
L'accordo militare tra Turchia, Arabia Saudita e Pakistan rappresenta una nuova minaccia significativa?
«Lo descriverei meno come un'alleanza militare operativa e più come una dichiarazione d'intenti verso qualcosa di simile a una "NATO sunnita". Sulla carta, la combinazione è certamente impressionante: la Turchia possiede una delle più importanti risorse militari della regione, l'Arabia Saudita, pur disponendo di forze militari convenzionali, apporta enormi risorse economiche, e il Pakistan è uno Stato dotato di armi nucleari. Ma le alleanze dovrebbero essere giudicate in base a ciò che i loro membri fanno concretamente quando uno di essi è sotto pressione, non in base al linguaggio dei comunicati. Stiamo già assistendo alla messa alla prova di questo principio. L'Arabia Saudita si trova ad affrontare continue sfide alla sicurezza, inclusi gli attacchi associati agli Houthi, eppure ciò non si è tradotto nel tipo di risposta militare collettiva che una vera alleanza in stile NATO implicherebbe. Per Israele, quindi, questo sviluppo merita un'attenta osservazione, ma non il panico. La questione cruciale è se questo quadro si evolverà da una dichiarazione politica in un'effettiva coordinazione militare. Un'alleanza sulla carta non è necessariamente un'alleanza sul campo di battaglia».
Dai blog
Fenomeno Anna, la rapper dei record cala un altro asso
La modernità di Ulisse nell'Odissea pop di Christopher Nolan
La rinascita della melodia nelle canzoni di Valerio Piccolo