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Lo scontro politico Usa-Cina è su Hormuz. E l'Iran continua a usare il petrolio come leva

Pechino promuove un piano per la pace in 4 punti Macron e Starmer riuniscono i Paesi non belligeranti

Francesca Musacchio
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Il blocco americano di Hormuz non ha chiuso la partita con l’Iran. Mentre sul piano militare Washington rivendica un dispositivo imponente, su quello diplomatico si moltiplicano i tavoli. Da una parte la Cina alza la voce, dall’altra Donald Trump ha lasciato aperto uno spiraglio parlando di «possibili nuovi colloqui con l’Iran in Pakistan nei prossimi due giorni».

Pechino si è schierata apertamente contro il blocco, definendolo una «mossa pericolosa e irresponsabile» e accusando Washington di aggravare il confronto, aumentare la tensione e compromettere ulteriormente il passaggio sicuro attraverso lo Stretto. Xi Jinping ha alzato ancora il livello politico. Pechino, ha detto, non permetterà che il mondo torni alla «legge della giungla» e «continuerà a svolgere un ruolo costruttivo» nei colloqui per fermare la guerra in Iran.

In un incontro con il principe ereditario di Abu Dhabi, Khaled bin Mohamed bin Zayed Al Nahyan, Xi ha anche rilanciato una proposta in quattro punti per promuovere la pace e la stabilità del Medio Oriente: coesistenza pacifica, sovranità nazionale, rispetto del diritto internazionale, equilibrio tra sviluppo e sicurezza. La risposta cinese è la prova che Hormuz sta diventando il terreno su cui si misura anche lo scontro tra Washington e Pechino.

 

Nel frattempo, il Comando centrale Usa sostiene di avere impegnato oltre 10 mila tra marinai, Marines e aviatori, più di una dozzina di navi da guerra e decine di velivoli per fermare il traffico in entrata e in uscita dai porti iraniani. Nelle prime 24 ore, afferma Washington, nessuna nave è riuscita a superare il blocco e sei mercantili hanno invertito la rotta rientrando in un porto iraniano sul Golfo dell’Oman. La formula ufficiale insiste sull’imparzialità del dispositivo, applicato a navi di tutte le nazioni dirette verso porti iraniani, mentre gli Stati Uniti rivendicano al tempo stesso la tutela della libertà di navigazione per il traffico destinato a scali non iraniani.

Ma l’Iran, nonostante la pressione su Hormuz, continua a usare il petrolio come leva. Secondo analisti di Kpler citati dalla Bbc, a marzo Teheran ha esportato 57,9 milioni di barili, uno dei suoi mesi migliori e il quinto miglior risultato mensile dell’ultimo anno e mezzo, pur con la rotta marittima sostanzialmente ostacolata dalla minaccia di attacchi. In altre parole, la stretta americana colpisce, ma non ha ancora soffocato il cuore economico del regime. Non a caso Bloomberg riferisce che Teheran starebbe valutando di sospendere le spedizioni attraverso Hormuz per non precipitare in un’escalation proprio mentre si profilano nuovi negoziati con gli Stati Uniti sotto mediazione pakistana.

Attorno allo Stretto si muove intanto tutto il sistema regionale. Il Wall Street Journal riferisce di un incontro ad Antalya, in Turchia, tra i ministri degli Esteri di Arabia Saudita, Egitto e Pakistan con l’omologo turco per discutere le proposte da presentare all’Iran, con l’obiettivo di porre fine alla chiusura di fatto di Hormuz e raggiungere un cessate il fuoco permanente con gli Stati Uniti. Riad, secondo fonti saudite citate dallo stesso quotidiano, sta premendo su Washington perché molli la presa sullo Stretto e torni a trattare. Il timore saudita è chiaro: aver riportato le esportazioni di greggio a circa 7 milioni di barili al giorno, instradandole verso il Mar Rosso, per poi veder saltare anche quell’equilibrio se gli Houthi chiudessero Bab al-Mandeb.

E anche l’Europa prova a costruire una risposta autonoma. Venerdì, a Parigi, Emmanuel Macron e Keir Starmer presiederanno una conferenza dei Paesi «non belligeranti» disponibili a contribuire a una missione multilaterale e difensiva per ripristinare la libertà di navigazione nello Stretto quando le condizioni di sicurezza lo consentiranno. Nel frattempo, ieri a Washington sono iniziati i colloqui mediati da Marco Rubio tra ambasciatori israeliani e libanesi, primi contatti del genere in 43 anni dopo l'ultimo del 1982. Si tratta di una riunione preparatoria in vista di potenziali negoziati diretti.

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