Truffe e violenza, così comunità somala ha cambiato il volto di Minneapolis
Dallo scandalo del miliardo per i bimbi poveri svanito nel nulla al traffico di droga, furti, omicidi e antisemitismo crescente
Quando Rudy Giuliani, nell’intervista a questo giornale, paragona la nuova bandiera del Minnesota- adottata alla fine del 2024 - a quella della Somalia, tocca un nervo scoperto. Per molti americani quel simbolo blu con la stella bianca evoca un cambiamento profondo, quasi un’appropriazione silenziosa. E il Minnesota, con la sua Minneapolis un tempo tranquilla e ordinata, ne è diventato l’emblema più visibile.
Qui vive la più grande comunità somala degli Stati Uniti: oltre 107.000 persone, secondo i dati del Census Bureau aggiornati al 2025. Una presenza che ha portato vitalità, ma anche ombre pesanti: frodi su larga scala, criminalità organizzata, tensioni etniche e un senso diffuso di smarrimento tra gli abitanti.
Tutto comincia negli anni Novanta, quando migliaia di rifugiati fuggono dalla guerra civile somala. Agenzie federali e organizzazioni no-profit li accolgono nel Midwest, attratti da un’economia solida e da una rete di supporto già esistente. Cedar-Riverside, nel cuore di Minneapolis, si trasforma in «Little Mogadishu»: un quartiere di mercati halal, ristoranti, negozi e centri comunitari. Ma dietro la facciata di vitalità commerciale si nascondono squilibri evidenti.
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La povertà colpisce fino al 40% in alcune famiglie somale, contro una media statale del 9%. Il welfare diventa una componente centrale per molti: il Center for Immigration Studies stima che i costi pubblici legati a questa comunità raggiungano centinaia di milioni di dollari all’anno.
Poi arrivano gli scandali. Durante la pandemia, un miliardo di dollari di fondi federali - destinati a pasti per bambini poveri attraverso il programma Feeding Our Future - sono svaniti in schemi fraudolenti. Il New York Times ha raccontato storie di imputati quasi tutti somali, con 70 persone finite sotto processo. Non si tratta di episodi isolati: abusi nei sussidi per l’assistenza all’infanzia e nei programmi sanitari si sono ripetuti per anni, sfruttando barriere linguistiche e culturali che rendono i controlli più difficili.
La sicurezza è un altro capitolo doloroso. Dopo l’omicidio di George Floyd nel 2020, Minneapolis vede esplodere omicidi, furti e violenza di strada. Gang somale, spesso legate a gruppi come i Crips, finiscono nei rapporti Fbi per traffico di droga. Decine di giovani della comunità vengono reclutati dall’Isis tra il 2010 e il 2020: il cluster più numeroso degli Stati Uniti. Anche le tensioni etniche si acuiscono: la comunità ebraica segnala un antisemitismo crescente.
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Ovviamente la politica riflette questo disagio. Alle presidenziali 2024 Kamala Harris e Tim Walz vincono il Minnesota con il 50,92% (1.656.979 voti) contro il 46,68% di Trump (1.519.032). Ma il margine democratico si è ridotto dal 7,12% del 2020 al 4,24%: Trump ha guadagnato circa 1,4 punti percentuali, soprattutto nelle contee con forte presenza somala come Hennepin.
I repubblicani non si fermano qui: la delegazione Gop al Congresso - Emmer, Finstad, Fischbach, Stauber - ha chiesto indagini formali al Segretario di Stato Steve Simon, denunciando errori nel conteggio, schede mancanti, dubbi sulla registrazione automatica degli elettori introdotta nel 2024 e possibili voti di non cittadini. Minneapolis non è più la città serena di un tempo. È diventata il simbolo di un’America che fatica a gestire flussi migratori incontrollati. La comunità somala porta diversità e contributi reali, ma i problemi - frodi, criminalità, costi sociali - sono troppi per essere ignorati. Senza una politica ferma e selettiva, che premi l’integrazione vera e contrasti gli abusi, il rischio è che queste crepe si allarghino, erodendo la coesione di un intero Paese. Anzi, diciamola tutta: le cose stanno già così.
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