Iran, Khamenei non vuole fare la fine di Gheddafi: è pronto a scappare in Bielorussia
Non vuole morire come Gheddafi. Per questo vive nascosto in un bunker nella speranza di lasciare il Paese prima che sia troppo tardi. Ambienti informati sull’Iran descrivono così Ali Khamenei. A 86 anni, il leader supremo della Repubblica islamica è entrato forse nella fase più opaca del suo potere e cerca una via di fuga. Le proteste, giunte al sesto giorno, sono diventate le più grandi dal 2022, quando la 22enne Mahsa Amini fu uccisa mentre era in custodia della polizia. Il clima è forse più pesante, anche per via delle dichiarazioni del presidente degli Stati Uniti. E Khamenei non vuole finire trascinato fuori da un bunker, umiliato dalla folla, esposto come simbolo del crollo. Non vuole morire come Gheddafi o Saddam Hussein, appunto. Quindi, avrebbe lasciato il bunker nel quartiere di Lavizan, a nord-est di Teheran, dove si era rifugiato durante la guerra dei dodici giorni con Israele. Un luogo ormai troppo esposto e quindi poco sicuro.
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Secondo alcune fonti, attualmente sarebbe a Fordow, in un bunker vicino alla base nucleare bombardata a giugno dagli Stati Uniti. Forse un luogo momentaneamente più sicuro, ma non per molto. Da qui le indiscrezioni su contatti esplorativi con Mosca, già attivati a giugno scorso proprio in occasione del conflitto con Israele. Ma la Russia, già impegnata a gestire altri alleati caduti in disgrazia, non sarebbe disponibile ad accoglierlo. Assad avrebbe saturato lo spazio politico e logistico. Così, secondo queste voci, Putin avrebbe indicato una destinazione alternativa: la Bielorussia. L’ipotesi non nasce dal nulla. Nel 2025 i rapporti tra Teheran e Minsk si sono intensificati. Lukashenko è stato ricevuto a Teheran, Pezeshkian ha ricambiato la visita a Minsk. Accordi di cooperazione militare ed economica sono stati firmati lontano dai riflettori occidentali. Paesi isolati, legati a Mosca, accomunati dalla necessità di protezione reciproca. In questo quadro, la Bielorussia viene descritta come possibile rifugio sicuro per vertici sotto pressione. Nessuna conferma ufficiale. Solo segnali. Tra questi segnali, però, c’è anche il via vai di cargo militari. Dall’ottobre scorso, aerei da trasporto super pesante An-124 «Ruslan» sarebbero atterrati alla base iraniana di Hamedan, proveniente da Irkutsk, centro di produzione di caccia russi. Nelle settimane successive il flusso da e verso Teheran sarebbe aumentato. Cosa trasportino quei velivoli non è noto. Ma alla luce delle proteste che scuotono il regime da una settimana, la cooperazione militare tra Mosca e Teheran potrebbe essere entrata in una nuova fase che prevederebbe la fuoriuscita dal Paese delle figure più importanti.
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Nel frattempo, Khamenei avrebbe scelto una strategia di attendismo. Lasciare la gestione quotidiana al presidente Masoud Pezeshkian e alle forze di sicurezza, evitando di esporsi mentre la crisi economica e sociale mina la stabilità del sistema nella speranza che tutto possa rientrare. Ma le piazze raccontano un'altra storia. Il dissenso si è ampliato e la paura ha cambiato il quadro delle decisioni dello stesso ayatollah. Per tentare di placare gli animi, Khameni avrebbe anche ordinato alle autorità iraniane di mostrarsi comprensive con le richieste dei manifestanti relative ad un miglioramento delle condizioni economiche mantenendo, tuttavia, il pugno duro sulle piazze. «Queste proteste, di natura puramente economica e civica, esprimono la volontà del popolo di migliorare le proprie condizioni di vita - ha dichiarato il portavoce della polizia iraniana Said Montazeralmahdi in una nota diffusa dall'agenzia di stampa Isna - Ma la polizia distingue chiaramente tra le legittime richieste dei cittadini e le azioni distruttive». Parole che non hanno sortito l’effetto desiderato e il clima di tensione intorno alla figura del leader supremo è incandescente. Il timore, tra i ranghi più alti del regime, è che operazioni di agenti esterni per l’eliminazione di Khamenei siano già in corso. Alcune fonti suggeriscono che il leader potrebbe già essere morto o catturato e che la notizia sia tenuta segreta per trattare l’uscita dal Paese in sicurezza di altri esponenti che avrebbero chiesto asilo. Ma la partita è aperta e gli ayatollah sperano di non fare la fine di Gheddafi.
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