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"Il male inutile", le guerre dimenticate viste con gli occhi del reporter

Da Timor Est all'ex Jugoslavia: il racconto di Marco Lupis dai fronti caldi tornati nell'oblio

"Il male inutile", le guerre dimenticate viste con gli occhi del reporter

Timor Est, 1999 (foto Massimo Sciacca da "Il male inutile" di Marco Lupis)

Il Male Inutile (di Marco Lupis, Rubettino - Collana Storie, pp. 220, euro 15) raccoglie le testimonianze di guerra di un reporter "di lungo corso", inviato speciale e corrispondente in molte aree difficili del Pianeta. Tragedie che troppo spesso, nel frenetico flusso mediatico dell'informazione, vengono rapidamente e colpevolmente archiviate, anche se si collocano dietro l'angolo dell'attualità e della Storia.

L’operazione fatta da Marco Lupis, a lungo anche inviato de Il Tempo in giro per il mondo,  in questo libro non è soltanto “memoria” di fatti terribili, di guerre e massacri più o meno dimenticati, ma è anche un preciso atto di denuncia affinché quelle ingiustizie e quegli orrori non vengano affidati all’oblio. Per questo, scrive nella prefazione Janine di Giovanni – una delle più celebri corrispondenti di guerra dei nostri tempi con la quale Lupis ha vissuto fianco a fianco nell’inferno di Timor Est - “C’è bisogno di libri come questo. Di libri scritti da quelli che hanno fatto un lavoro come il nostro. Che non soltanto consiste nel raccontare– sui giornali, alla televisione o alla radio – le atrocità commesse dal lato più orribile della natura umana mentre queste accadono, ma anche nel non permettere che quegli orrori vengano dimenticati”.

Il Male Inutile è però al tempo stesso anche confessione di vita dell’autore, biografia “intima” delle difficoltà e dei drammi personali che – come testimone di quei fatti terribili – il reporter Lupis ha dovuto affrontare e- in qualche modo – risolvere con la sua coscienza in tanti anni di lavoro “sul campo”. Fino a quando, ormai smesso il giubbotto antiproiettile, si è trovato a dover fare i conti con una diagnosi di Sindrome da Stress Post-traumatico che rischiava di rendere la sua vita e la vita di quelli che gli stavano accanto, difficile da sopportare.

Di famiglia aristocratica Lupis, come è stato scritto di lui e del suo lavoro, “alle blasonate stanze sembra aver preferito i precari alloggi dell’inviato speciale; alle frequentazioni altolocate, gli incontri nella giungla messicana con il rivoluzionario Marcos o con le madri-coraggio cilene mai arrese nel voler sapere il destino dei loro figli desaparesidi all’epoca di Pinochet”.

Perché – come ha scritto Maurizio Blondet, un altro suo collega e compagno di reportage “difficili: Marco Lupis è uno che ho visto lavorare: sul campo. Spesso, per le rispettive testate per le quali lavoravamo, abbiamo raccontato di violenze tremende, dormito per terra, rischiato più volte la vita e – inevitabilmente direi – siamo diventati amici. Così mi sono reso conto molto presto che Marco Lupis sapeva quello che faceva. E quello che scriveva.”

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