Come ho detto in passato per l'ischemia patita dal fuciliere di marina Massimiliano Latorre, anche l'attacco di febbre dengue che ha costretto il collega Salvatore Girone al ricovero immediato in un'ospedale di New Delhi va considerato come una malattia professionale. Non sottoposti alle tensioni della vicenda che li ha visti involontari protagonisti, l'uno non sarebbe stato colpito dall'emorragia cerebrale, l'altro avrebbe avuto difese immunitarie più elevate, e comunque non sarebbe stato punto dalla zanzara tigre che procura la temibile febbre spacca-ossa: in Italia quest'estate si sono verificati solo tre casi di dengue (a Prato, Bologna e Mantova) ma hanno riguardato solo persone di ritorno da viaggi in zone tropicali. E dunque dobbiamo registrate che, neppure rinviati a giudizio, neppure destinatari di un capo d'imputazione, ma solamente ostaggio di accuse, sospetti e istruttorie mai portate a termine, i due fucilieri di marina italiana stanno già scontando una pena che non consiste solo nella privazione della libertà. E neppure solo sull'impossibilità di dimostrare la propria innocenza davanti all'accusa infamante di aver sparato contro due pescatori inermi,ma li espone, nel limbo giudiziario dell'arbitrato internazionale, ai rischi di un equilibrio psicofisico compromesso. Chi di noi sarebbe certo di dimostrare la stessa disciplinata fermezza, la stessa coraggiosa dignità, la stessa pazienza, dopo quasi quattro anni di distacco forzato dai propri cari e di un calvario giudiziario simile ? Ma io credo che la forza da loro dimostrata finora non verrà meno, e temo invece che su questa forza si adagi l'iniziativa legale, diplomatica e politica del Paese che finora ha difeso così male i suoi due servitori. Lo testimoniano, secondo me, le reazioni tra il rassegnato e l'appagato davanti alla sentenza con cui il Tribunale del Mare di Amburgo ha deciso di non decidere sulle restrizioni alla libertà dei due fucilieri di marina. Diciamocelo chiaro: il team di legali profumatamente pagato dal contribuente italiano, che pure aveva consentito l'accesso all'arbitrato internazionale, ha perso la prima schermaglia: Girone resta in India, Latorre dovrebbe tornarvi. Ha però ottenuto, d'altro canto, che l'infinito iter giudiziario indiano venisse sospeso. Ma questo congelamento della situazione non avrebbe dovuto riportare tutto all'ora zero dell'incidente che ha coinvolto, quel 15 febbraio 2012, la petroliera italiana Lexie e un'imbarcazione che secondo gli inquirenti indiani era quella in cui trovarono la morte due pescatori inermi ? Sapete che secondo noi ai due marò è stato addossata la responsabilità che era di qualcun altro, e una morte avvenuta in ore e circostanze diverse. Ma intanto, se la vicenda giudiziaria è congelata, la lancetta del tempo non avrebbe dovuto essere riportata a quando la Lexie non aveva fatto rotta su Kochi, e il governo Monti e la diplomazia italiana non avevano ancora consegnato i due marò alla giustizia indiana ? Insomma: se Delhi ha perso, almeno fino alla sentenza arbitrale che arriverà tra due o tre anni, la sua potestà giudiziaria, il suo potere sulle persone coinvolte, a che titolo può esigere che Girone, quando se Dio vuole uscirà dall'ospedale, torni a firmare ogni settimana al commissariato, a certificare la propria sudditanza a quel potere giudiziario ora interdetto ? Che succederebbe se Girone si presentasse al check in di un volo per l'Italia ? A che titolo potrebbe esserne impedito ? E perché Latorre dovrebbe a gennaio tornare a disposizione di inquirenti immobili come statue di sale ? Forse gli avvocati ci stanno pensando, forse no, forse tutto è legato a sottigliezze da azzeccagarbugli. Ma la politica, quella, dovrebbe assumersi qualche responsabilità, e dire chiaramente e a voce alta se intende continuare a considerare i due fucilieri degli ostaggi delle lentezze giudiziarie, del galateo diplomatico, del tempo che passa, e delle malattie che li possono colpire.
Marò senza processo. Condannati dalle malattie
di Toni Capuozzo
