I quattro italiani rapiti in Libia vicino al compound dell'Eni nella zona di Mellitah, a 60 chilometri da Tripoli, stavano lavorando sul gasdotto Greenstream, la condotta più lunga del Mediterraneo. I rapiti, dipendenti della società Bonatti, sono quattro tecnici che lavorano presso alcuni impianti petroliferi nord-africani, per attività di sviluppo, trasporto e manutenzione. A Mellitah c'è la sede della stazione di compressione del gas libico, da dove si diparte "Greenstream". Lungo di 520 km, il metanodotto sottomarino raggiunge una profondità che supera i 1.100 metri. Il gasdotto, realizzato nei primi anni del 2000, approda al terminale di Gela, in Sicilia, sulla spiaggia a est della raffineria che l'Eni ha chiuso per riconvertirla a centro di produzione di biocarburanti. Fornisce all'Europa 10 miliardi di metri cubi di gas all'anno: due miliardi per l'Italia e il resto per gli altri paesi, in prevalenza la Francia. Greenstream appartiene a una società mista composta da Eni e dall'agenzia petrolifera libica National Oil Corporation (Noc) ed è uno dei due metanodotti che collegano l'Italia al Nordafrica, l'altro è il gasdotto con l'Algeria. Dopo la caduta di Gheddafi, gruppi armati, tribù e bande si contendono il controllo delle fonti energetiche. Dall'inizio del conflitto libico, per due volte l'Eni ha deciso di fermare il gasdotto e fare rientrare il proprio personale in Italia. Le mire dell'Isis. Non è fantascienza asserire che la razionalità bellica del Califfato spinge gli jihadisti a volersi impossessare del gas che arriva a Gela. Un modo per mettere in difficoltà economica l’Italia, che dipende anche dal petrolio e dal gas libico. Inoltre, In Libia, in particolare nella città di Sirte, si trova il 60% delle riserve petrolifere del Paese. Lo scorso maggio il governo libico ad interim aveva messo in guardia dal pericolo che le infrastrutture petrolifere situate nei pressi di Sirte subissero attacchi e sabotaggi da parte dell'Is, dopo che i jihadisti avevano preso il controllo dell'aeroporto locale. Come spiega il quotidiano londinese 'Al-Sharq al-Awsat', infatti, la propaganda dell'Is in Libia è sempre più concentrata sulla promessa dell'arricchimento personale dei jihadisti attraverso l'esportazione del petrolio libico per mezzo di mediatori nei Paesi del Mediterraneo.Una promessa che però è difficilmente realizzabile, come ha spiegato l'analista di questioni nordafricane al Centro 'Al-Ahram' per gli studi politici e strategici, Kamel Abdallah, secondo cui la capacità dell'Is di esportare il greggio libico è «una grande illusione». Per Abdallah, «l'Is è in grado di esportare facilmente il petrolio dalle aree sotto il suo controllo in Iraq e Siria, poiché i meccanismi lì sono complessi e intricati». Tuttavia, il caso della Libia è diverso, poiché in questo Paese «si possono monitorare le coste, tutto è molto chiaro ed è possibile rintracciare» eventuali operazioni di contrabbando
Libia, le mire dell'Isis sul gasdotto più lungo del Mediterraneo
Il metanodotto approda a Gela in Sicilia e fornisce all'Europa 10 miliardi di metri cubi di gas all'anno
