Il braccio di ferro tra l’opposizione e Mohammed Morsi appare lontano da una soluzione. Ieri l’annunciata manifestazione contro il presidente egiziano ha visto una partecipazione imponente, con migliaia di persone confluite al Cairo verso piazza Tahrir, due anni fa cuore della protesta che portò alla fine del regime di Mubarak e oggi simbolo di un Egitto che non accetta la deriva integralista dei Fratelli Musulmani. Sabato il movimento Tamarod, che in arabo significa «ribelli», aveva annunciato di aver raccolto 22 milioni di firme per chiedere le dimissioni di Morsi, molte di più degli otto milioni di voti che giusto un anno fa sancirono l’elezione del presidente. Il quale ieri, in un’intervista al quotidiano britannico Guardian, ha ribadito di non aver alcuna intenzione di gettare la spugna. «Se cambiassimo qualcuno che è al potere in virtù della legittimità costituzionale, bene, anche in quel caso ci sarebbero persone che si opporrebbero al nuovo presidente e una settimana o un mese dopo gli chiederebbero di nuovo di dimettersi» ha dichiarato Morsi. «Non c'è spazio per alcun colloquio contro questa legittimità costituzionale», ha aggiunto. «Ci possono essere dimostrazioni e le persone possono esprimere liberamente le loro opinioni. Ma quello che è fondamentale in tutto questo è l'adozione e l'applicazione della Costituzione: è questo il punto critico». Morsi ha anche accusato i media privati egiziani di aver esagerato la situazione: hanno preso «piccoli episodi di violenza e li hanno esaltati come se l'intera nazione fosse immersa nelle violenze»; e liquidando come «manovrata» l'opposizione al suo governo, ha sostenuto che essa è coordinata da «vecchi esponenti del passato regime» che hanno pagato agitatori per attaccare i suoi sostenitori e quelli della Fratellanza Musulmana. «Hanno denaro, denaro che arriva dalla corruzione. Hanno usato questo denaro frutto di corruzione per tirar fuori il vecchio regime e riportarlo al potere. E pagano con questo denaro gli agitatori, perché ci sia violenza». Ma le accuse di corruzione sono esattamente quelle che l’opposizione rivolge al suo governo e otto morti in una settimana non sono proprio «piccoli episodi di violenza»: la situazione è realmente esplosiva. Ieri pomeriggio i manifestanti hanno riempito piazza Tahrir. Con la fine delle attività lavorative e l’attenuazione del caldo, un fiume di uomini, donne ma anche bambini si è riversato nellaa piazza sventolando, oltre alle bandiere egiziane, il cartellino rosso, soffiando nei fischietti e nelle «vuvuzelas», al ritmo dello slogan «Morsi, vattene». Altro obiettivo dei manifestanti, il palazzo presidenziale di Ittihadiya, nel quartiere di Heliopolis, mentre i sostenitori di Morsi, esponente della Fratellanza Musulmana, conducono da sabato un sit davanti ad una grande moschea a circa quattro chilometri dal sito. Decine di giovani uomini muniti di bastoni, scudi ed elemetti, si sono riuniti in diversi squadroni. Gehad El-Haddad, portavoce della Fratellanza, ha detto all'agenzia Dpa di sperare che non vi siano violenze, ma ha anche lanciato un monito contro ogni tentativo di assaltare il palazzo presidenziale: «I suoi muri rappresentano una linea rossa - ha affermato - i nostri comitati e i nostri manifestanti non si muoveranno fino a quando la scena sarà pacifica. Ma se vi sarà un tentativo di colpo di Stato, con polizia e militari che non reagiranno in maniera adeguata... allora il popolo egiziano si solleverà». Morsi, tuttavia, ha deciso di spostarsi nel palazzo presidenziale di Hadayek El-Qobba ma segue da vicino le dimostrazioni e, incontrando i ministri dell'Interno e della Difesa, ha chiesto loro che si evitino scontri. Proteste anche ad Alessandria, nelle città del delta del Nilo, in quelle sul Canale di Suez, a Port Said, e anche nella città natale di Morsi, Zagazig. La polizia e i soldati sono schierati vicino ai principali edifici e il ministero della Sanità ha preannunciato che gli ospedali sono in allerta. A dimostrazione della tensione crescente, la polizia egiziana ha fermato 17 uomini armati mentre si dirigevano a una manifestazione a favore di Morsi. Lo hanno reso noto fonti della sicurezza, che hanno rivelato di aver intercettato anche enormi quantitativi di armi, tra cui esplosivi e colpi di artiglieria. I 17 uomini armati viaggiavano in un microbus da Alessandria verso Il Cairo per partecipare al raduno della piazza di Rabea Adauiya. Altre 46 persone, trovate in possesso di armi, sono state arrestate. Il quartier generale dei Fratelli Musulmani nel quartiere cairota di Moqqattam è stato dato alle fiamme. Dopo la prima vittima a Beni Suef, 150 km a sud del Cairo, nel pomeriggio è salito ora ad almeno alti 3 morti tra i manifestanti anti Morsi il bilancio degli scontri ad Assiut. In totale sono 4 le vittime.
Migliaia a Tahrir: «Morsi vattene»
Monta la protesta al Cairo e in tutto l’Egitto ma il presidente non molla Attaccate sedi dei Fratelli Musulmani: quattro morti, decine di arresti
