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L'Europa non vuole più dipendere da Usa e Cina: ora costruirà i suoi data center

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Foto:  Ansa 

Ignazio Riccio
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L'Europa vuole smettere di essere ospite a casa d'altri. Dopo anni di dibattiti e dichiarazioni d'intenti, la Commissione europea si appresta a presentare un pacchetto legislativo di ampio respiro per ridurre la dipendenza dell'Unione dalle grandi piattaforme digitali americane e dai semiconduttori di produzione cinese, puntando a costruire un ecosistema tecnologico che risponda prima di tutto agli interessi e ai valori europei. L'iniziativa - attesa per mercoledì - ruota attorno a tre assi principali: un Cloud and AI Development Act per accelerare la costruzione di infrastrutture digitali e data center sul territorio europeo; una revisione del Chips Act per rafforzare la produzione interna di semiconduttori riducendo la dipendenza da fornitori stranieri; e una spinta decisa verso l'adozione di software open source da parte delle pubbliche amministrazioni. Il tutto inquadrato in una strategia che, secondo una bozza del documento visionata dall'AFP, mira a far "riconquistare all'Ue il proprio posto nella corsa globale al potere geoeconomico".

Il nodo cloud è quello che brucia di più. I fornitori statunitensi controllano circa il 70% del mercato cloud europeo, una quota che trasforma un problema tecnico in una questione geopolitica. Da quando Donald Trump è tornato alla Casa Bianca, a Bruxelles è cresciuta la preoccupazione concreta che le infrastrutture digitali critiche dell'Unione possano essere esposte a un ipotetico "interruttore" americano, ovvero alla possibilità che, in un momento di tensione, servizi essenziali vengano limitati o sospesi da una decisione presa oltreoceano. Una prospettiva che fino a poco tempo fa sarebbe sembrata fantapolitica, e che oggi alimenta invece la stesura di norme. La responsabile Ue per la concorrenza, Teresa Ribera, ha tradotto il concetto in termini netti: "Dobbiamo sviluppare le nostre capacità. Non possiamo permettere che qualcuno cerchi di influenzare le nostre decisioni, i nostri valori, la nostra economia e i nostri servizi". Sul fronte dei chip, la Commissione vuole dotarsi di poteri di intervento straordinari in caso di crisi, con la facoltà di obbligare i produttori a dare la precedenza agli ordini strategici anche in deroga ai contratti esistenti. È prevista anche la possibilità di acquisti comuni, con l'Ue nel ruolo di acquirente centrale per conto di più Stati membri, un modello già sperimentato, con risultati alterni, durante la pandemia per i vaccini.

Eppure le resistenze non mancano, e vengono da direzioni diverse. Il deputato europeo Oliver Schenk ha tenuto a precisare che il pacchetto non è "volto a opporsi ai partner commerciali né a chiudere i mercati", ma che "l'Europa deve evitare di diventare strutturalmente dipendente da un unico attore esterno". Una distinzione sottile, che non convince del tutto il fronte industriale americano. Ben Brake, direttore generale di Dot Europe - la cui platea di soci include colossi come Amazon e Apple - ha avvertito esplicitamente che misure ritorsive contro le aziende statunitensi "non stimoleranno l'innovazione né rafforzeranno la competitività europea". Il mercato, tuttavia, sembra già essersi mosso nella direzione indicata da Bruxelles: la spesa europea per il cloud sovrano è cresciuta dell'83% nel 2026, il tasso più elevato mai registrato in qualsiasi sottosegmento del cloud globale, con proiezioni che portano il settore a 23 miliardi nel 2027. Ana Paula Assis, presidente di Ibm per Europa, Medio Oriente, Africa e Asia Pacifico, ha scelto una formula che suona quasi come un manifesto: "La sovranità digitale riguarda il controllo, non solo i confini”. Una frase che potrebbe benissimo comparire nell'intestazione del documento che la Commissione presenterà mercoledì e che sintetizza meglio di qualsiasi norma la posta in gioco di questa partita.

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