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Crisi del gas, "nessun piano". Così saltò il Recovery, la guerra dell'energia nella Ue

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Tommaso Carta
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Nessun nuovo «Recovery fund» per la crisi energetica. Meglio, piuttosto, contrastare lo choc esogeno provocato nell'Unione europea dal conflitto ucraino attraverso investimenti mirati, per esempio nel campo della Difesa. È il 18 marzo 2022, l'invasione di Putin è cominciata solo da poche settimane ma è già chiaro che la guerra alle porte del Continente avrà conseguenze pesanti sull'economia della Ue.

Così la presidente della Commissione europea riunisce in videoconferenza alcuni dei suoi più fidati consiglieri e da loro riceve il suggerimento di non replicare, per la crisi energetica, quanto è stato fatto perla recessione provocata dal Covid. Un consiglio che, nei mesi successivi, von der Leyen seguirà pedissequamente, opponendosi ogni volta alle richieste dei Paesi del sud Europa. Sia quando si è trattato di varare un piano di trasferimenti e prestiti - come fu il Recovery - sia quando Mario Draghi ipotizzò una replica del piano «Sure» - basato solo sui prestiti sia, infine, quando si è trattato di varare il famoso «tetto al prezzo del gas», chiesto invano per mesi al governo italiano. È il contenuto esplosivo di una lunga inchiesta condotta dall'AdnKronos e pubblicata ieri dall'agenzia.

Una serie di notizie che il giornalista Tommaso Gallavotti ha ottenuto attraverso un accesso agli atti riguardante gli incontri organizzati negli ultimi anni dalla presidente della Commissione. Ed è qui che arriva la parte più interessante. Perché si scopre anche l'identità dei partecipanti all'incontro del 18 marzo: oltre a due membri del gabinetto - il consigliere per la comunicazione Jens Flosdorff e l'adviser per il digitale, Anthony Whelan - anche sei partecipanti esterni. Uno svedese per Volvo (quella dei camion e degli autobus, non quella delle auto che si è separata dalla casa madre nel 1999), un danese per Siemens e un francese per Air Liquide.

Si tratta dei tre presidenti Carl-Henric Svanberg (Volvo), Jim Hagemann-Snabe (Siemens) e Benoit Potier (Air Liquide), tutti membri dell'Ert, la European Table of Industrialist, un gruppo che riunisce dirigenti della grande industria di tutta Europa e nel quale l'Italia conta appena 4 membri.

Alla riunione in videoconferenza del 18 marzo, infine, prendono parte anche tre economisti: un italiano (qualsiasi indizio sulla sua identità è coperto da omissis), una persona di nazionalità svizzera del Center for Economic Policy Research e un tedesco dell'Ifo di Monaco di Baviera (presieduto da Clemens Fuest). I nomi di tutti i partecipanti esterni sono coperti da omissis: l'AdnKronos si è formalmente opposta alla decisione di «sbianchettarli», ma la Commissione ha rigettato il ricorso, invocando la privacy dei tre economisti. Uno dei tre, comunque, è la presidente del Cepr Beatrice Weder di Mauro, che è di nazionalità svizzera (contattata dall'AdnKronos, non ha risposto alla richiesta di un commento): nella carta, anche se il nome è omissato, si indica come presente la presidente del Cepr, che è Weder Di Mauro, appunto.

Come detto, nella riunione si discute delle strategie da adottare per contrastare lo choc economico della guerra. E, stando al resoconto visionato dall'AdnKronos, gli «esterni» spiegano che «non c'è bisogno di uno stimolo economico» dato da un «secondo Next Generation Eu». E «forse» è meglio usare «nuovi strumenti di bilancio più mirati», per esempio per gli «investimenti in sicurezza».

Sarebbe un'opinione come un'altra se non fosse che a questa linea von der Leyen si è poi totalmente adeguata. E se non fosse per un altro piccolo particolare. I tre industriali citati - Svanberg (Volvo), Hagemann-Snabe (Siemens) e Potier (Air Liquide) - sono i consiglieri più consultati in assoluto dalla presidente della Commissione Ue. Li ha incontrati - dal vivo o in videoconferenza - almeno dodici volte in tre anni su un totale di una sessantina di vertici annotati nei registri della Commissione. E con loro ha discusso puntualmente le strategie economiche da mettere in campo per l'Unione, in particolare il «green deal» che è il punto più importante del suo programma di «governo».

Un tema, quello della transizione verde, assai sensibile per i tre industriali se è vero che Hagenam-Snabe di Siemens twitta di frequente sulla necessità di combattere il riscaldamento globale e Potier un anno fa ha annunciato che Air Liquide investirà 8 miliardi nella filiera di idrogeno verde. Si tratta, insomma, dei sostenitori più accesi della transizione verde, probabilmente anche per logiche dettate dagli interessi delle proprie società.

E la frequenza di incontri con von der Leyen getta un'ombra sulle decisioni poi effettivamente prese dalla Commissione europea. I cui vertici, contattati dall'AdnKronos, hanno replicato che «durante il periodo in questione l'Ue ha affrontato una serie di sfide senza precedenti e probabilmente la presidente della Commissione ha consultato molte persone in quel periodo». In quanto ai tre industriali, «hanno esperienza e know how on molti settori e sono attivi in varie organizzazioni, come l'Ert e il World Economic Forum». Ma perché a rappresentare l'Ert erano sempre e solo loro tre? A questa domanda il portavoce della Commissione non ha risposto. 

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