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Coronavirus, montagne di carte per tremila euro

La storia di uno dei tanti imprenditori che ha chiesto aiuto alla banca: per un fido garantito dallo Stato vuole Bilanci, Unico e Durc

Filippo Caleri
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Alla faccia dell'economia di guerra, dell'emergenza e della necessità di velocizzare pratiche e iter per evitare che, nell'attesa dei tempi burocratici, le aziende in cerca di liquidità semplicemente muoiano. Non c'è niente da fare, nemmeno con il Coronavirus le banche cambiano mentalità. E cioè quella secondo la quale i soldi si danno, sì. Ma solo dopo aver presentato quintali di carta, documenti contabili e certificazioni, e aver atteso lunghe e articolate istruttorie. Per approfondire leggi anche: Prestito di guerra a famiglie e imprese La storia che è arrivata a Il Tempo da un giovane imprenditore di Battipaglia (Sa) è la migliore esemplificazione del fatto che il sistema bancario continua a ragionare con logiche vecchie anche in questo momento. Eccola.  Gerardo Scarpato, gestisce la G3S bomboniere e si definisce «un giovane imprenditore 32 enne che ha avuto la brillante idea di mettersi in proprio» scrive. Ha un'azienda con 7 dipendenti che considera praticamente la sua famiglia. Ebbene l'11 marzo scorso gli ha pagato lo stipendio (per ora l'ultimo) e ha tirato giù la serranda. «Siamo una Pmi, fatturiamo oltre un milione di euro e, a oggi, non ho i soldi per poter andare avanti» ha spiegato con amarezza nella sua missiva. Scoraggiato ma non vinto, un po' come tutti gli imprenditori di questo Paese che non si abbattono mai. Così Gerardo non si è perso d'animo. E gira, chiedi e leggi si è messo a spulciare con l'accuratezza di un legale il dl Cura Italia, quello che per il premier Conte ha considerato la prima ciambella di salvataggio lanciata a famiglie e imprese per non affogare.  «Mi sono ingegnato a leggere il decreto e dopo aver letto l'articolo 49 comma K ho scritto a chi mi gestisce il conto corrente chiedendo i 3mila euro a 18 mesi meno un giorno con la garanzia automatica» racconta l'imprenditore. La norma, molto tecnica, consente alla banca di erogare a imprese e partite Iva, danneggiate dalla crisi innescata dal Covid-19, finanziamenti fino 18 mesi di durata, e per un importo di massimo 3 mila euro, senza la necessità di particolari garanzie visto che, l'80% della somma, è assicurata attraverso l'intervento del Fondo centrale di garanzia. In sintesi, se mai l'imprenditore non riuscisse a ripagare il suo debito, la banca potrebbe recuperare facilmente 2.400 euro. Il rischio di perdita sarebbe solo sul 20 per cento e dunque su 600 euro.  Ora considerando che la banca è un'impresa che deve evitare perdite, e anche pensabile che un rischio su un importo del genere si possa anche correre.  Bene. Sembra tutto molto semplice. I soldi potrebbero consentire a Gerardo di avere un po' di ossigeno magari in previsione della ripartenza post virus. Ma non è così. Ecco cosa il solerte impiegato della banca ha risposto a Gerardo. «Buongiorno Gerardo, purtroppo sia noi che il Fondo, la valutazione la facciamo (...). Tu manda: ultimi due Unici e bilanci delle srl, bilancio 2019 (non approvato ovviamente ndr), Unico soci, Durc, Dmag 2018-2019, lista affidamenti bancari (...). In attesa della documentazione ti saluto».  Gerardo chiede a Il Tempo: «Ma realmente in una situazione del genere con una garanzia automatica all'80% si chiede questo iter per 3000 euro?». Risposta: «Gerardo ha ragione. Così non solo non vinceremo il virus, ma non vinceremo mai». Che amarezza.

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