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Benzinai sul piede di guerra: serrata. Il ministro Patuanelli li convoca

Filippo Caleri
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I benzinai non ci stanno a pagare il prezzo della crisi del Coronavirus. A forza di decreti, che hanno ridotto la mobilità e fatto precipitare i consumi di carburante del 90%, sono alle corde. Il governo che sulle tasse su benzina e diesel manda avanti la spesa corrente non ci sente, e la categoria che rappresenta 24 mila impianti e 100 mila tra gestori e dipendenti annuncia la serrata. Prima dei distributori sulle autostrade e sui raccordi, già a partire da stanotte, poi progressivamente sulla rete viaria ordinaria. Ma il governo sordo all'allarme fino a qualche giorno fa ha cambiato rotta. E per evitare una serrata che rischia di paralizzare definitivamente la catena degli approvvigionamenti nei giorni dell'epidemia il ministro dello Sviluppo economico, Stefano Patuanelli, ha convocato i gestori degli impianti di carburanti di Faib Confesercenti, Fegica Cisl, Figisc/Anisa Confcommercio, in videoconferenza, oggi pomeriggio alle 16. Sarà il momento di confronto nel corso del quale portare le richieste che ieri sono state lanciate sulla stampa. «Da soli, non siamo più nelle condizioni di assicurare né il necessario livello di sicurezza sanitaria, né la sostenibilità economica del servizio» spiegano le tre sigle che rappresentano i gestoriFaib, Fegica e Figisc/Anisa. Ieri era arrivato  il no del Garante sugli scioperi nei servizi pubblici essenziali che aveva invitato la categoria a revocare subito l'astensione, mentre il premier Conte aveva  assicurato l'adozione di «un'ordinanza in modo da assicurare i rifornimenti nella Penisola perché è chiaro che in questo momento dobbiamo presidiare le attività essenziali. Ma la minaccia rischia di essere un'arma spuntata e, a spiegare a il Tempo, perché è il leader della Fegica, Roberto Di Vincenzo: «Ma quale precettazione. Noi gli impianti non li chiudiamo. Saremo lì come tutte le mattine, solo che se non abbiamo liquidità per riempire le cisterne, e dunque  cosa eroghiamo?». Insomma il problema non è la chiusura o meno. Ma la cassa che è vuota. «Sulle autostrade in tempi normali un distributore vende anche otto mila litri al giorno, oggi quando si chiude con 400 litri è una giornata fortunata» aggiunge Di Vincenzo conscio del rischio di mettere in ginocchio il paese che è già abbastanza in crisi. «Per il momento lo stiamo tenendo in piedi noi da un mese. Ma ora la resistenza è finita. I gestori soprattutto quelli autostradali devono assicurare un servizio su 24 ore. E non hanno più incassi sufficienti» chiosa il presidente della Fegica. Il governo finora ha fatto orecchie da mercante. Ha considerato le pompe di benzina servizi essenziali ma non ha consentito loro di avvalersi della sospensione dei versamenti fiscali previsto per le aziende fino a 2 milioni di euro di fatturato. «Una misura miope perché i ricavi del gestore non sono tutti quelli generati dalla vendita. I margini di chi sta al distributore sono minimi. Due o tre centesimi al litro. Insomma lo Stato ci considera milionari ma in realtà del fatturato a noi resta poco. Nonostante questo assunto, che è specificato anche nel testo che regola l'Iva, abbiamo dovuto versare il 20 giugno il dovuto senza fiatare» dice Di Vincenzo.

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