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Valerio Maccari Il timore è nell'aria.

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Eppure,torna ad aleggiare in Italia lo spettro del credit crunch, la stretta creditizia. In parole povere, la paura che si verifichi nel breve o medio termine una crisi di liquidità del mercato, con banche e istituti di credito che erogano sempre più difficilmente prestiti. Con le ovvie ripercussioni per le famiglie e, soprattutto, per le aziende. Che senza accesso al credito, visto anche lo sfavorevole clima economico, rischiano il fermo dell'attività. Ad evocare l'incubo del credit crunch sono più fattori. Innanzitutto, l'allarme lanciato dagli analisti di Jp Morgan, secondo i quali le principali 28 banche europee – italiane incluse – presenterebbero un deficit di liquidità di 493 miliardi. In secondo luogo, si assiste a un rallentamento, quasi una rarefazione, del mercato interbancario, ovvero dei prestiti fra banca e banca. Gli istituti, infatti, forse per un eccesso di prudenza, preferiscono depositare fondi presso la Bce piuttosto che prestarsi denaro fra loro. Proprio ieri la banca europea ha reso noto che gli istituti hanno depositato presso il suo sportello 181,788 miliardi di euro, nuovo massimo da luglio dell'anno scorso. E questo nonostante la remunerazione dello 0,75 offerta dalla Bce, un livello più debole dei tassi di mercato dei prestiti interbancari. In terza battuta analizzando i bilanci semestrali del 2011 – gli ultimi disponibili – si nota che il rapporto impieghi/raccolta clientela delle banche italiane è, in media dell'1,6: ovvero le banche prestano 1,6 euro contro ogni euro depositato dai clienti. Una posizione debole, che gli istituti tenderanno a riequilibrare. Secondo le testimonianze raccolte da il Tempo, infatti, il processo sembra essere già iniziato, nella forma di una maggiore difficoltà ad erogare prestiti. Le due principali banche italiane, nel 2011, già hanno iniziato ad esercitare maggior prudenza. Unicredit, nella semestrale, ha postato un valore di crediti netti verso la clientela praticamente invariato rispetto all'anno precedente. Mentre Intesa Sanpaolo lo ha addirittura diminuito dell'1,1% rispetto al 31 dicembre del 2010. «Accedere ai finanziamenti delle banche è sempre più un'impresa», racconta Renato Borghi, vicepresidente dell'Unione del commercio di Milano. «E se alla stretta si somma la riduzione dei clienti non si può che arrivare alla chiusura». Anche più a sud, lo scenario non cambia: «È quasi impossibile ottenere un finanziamento», si lamenta Roberto Petrelli, vicepresidenti di Confesercenti di Lecce. «Se il richiedente non può presentare una garanzia molto superiore al richiesto, non c'è verso. E non importa se ha bilanci in positivo e un'azienda solita». La testimonianza di Petrelli è significativa, visto che Confesercenti, in Puglia, ha creato un Consorzio sviluppo garanzie che garantisce all'80% i prestiti richiesti dagli associati alle banche. «Le banche non vogliono rischiare nemmeno sul 20%, e su importi di piccola entità. Noi ci lamentiamo con le direzioni, che ci invitano a riprovare. Ma il 60% delle pratiche è bocciato. Come se non bastasse, alcune banche hanno richiesto il rientro dei fidi erogati alle aziende a stretto giro». Un fenomeno confermato anche da un direttore di filiale, che preferisce l'anonimato, del Credito Cooperativo di Roma. «Ultimamente stiamo assistendo a un aumento di imprenditori in questa situazione. Sono soprattutto clienti di grandi banche. Clienti non brillanti, a dire il vero, a cui viene richiesto il rientro in poco tempo e per questo si rivolgono a noi».

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