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La ridotta del rancore

La destra italiana dal dopoguerra a oggi

La latitanza di Tulliani ha le ore contate

Un libro dentro il libro – tra le pagine di “Invano, il potere in Italia da De Gasperi a questi qua”, scritto da Filippo Ceccarelli – è il capitolo “Prima fascisti, poi non so”. È un racconto dello squinternato mondo della destra, più di cento pagine, che comincia dalla lugubre giornata del dopoguerra – aggrappati alla fiammella della Pibigas (copyright by Donna Assunta) – per arrivare all’epilogo di Val Cannuta. Con Tulliani-cognato che si lava la Ferrari col tubo dell’acqua e con l’aquila imperiale in cartongesso, stretta tra la caldaia e lo stendino, nel balcone dove Gianfranco Fini – l’ultimo leader – va a bruciare, con la sigarettina, gli stenti di un atroce oblio, il capitolo conferma la sceneggiatura tutta di acida e triste commedia toccata in sorte a una comunità. Quella destra che spesso ebbe a mancare, con la fortuna, tutte quelle maiuscole – l’Onore, l’Onestà – sulla pelle di chi ci credeva davvero: per morirne – ammazzati nelle sezioni, spesso con la complicità dello stesso Stato – e per sopravvivere. Da cittadini di serie B. Buoni al più andare ad appendere manifesti e, ora e sempre, aiutare la carriera di chi, biascicando quelle maiuscole, amministra – fin che dura, poi non so – la ridotta del rancore.

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