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caso khasshoggi

L'Arabia e l'orgoglio

Il giornalista è entrato nel consolato saudita ad Ankara per non uscirne più

L'Arabia e l'orgoglio

Come minimo Roberto Saviano scriverebbe – impegnandosi sul tema «libertà di stampa»– l’intero Robinson, l’inserto culturale di Repubblica. Quantomeno le diplomazie degli stati liberali avrebbero richiamato in sede tutti i loro ambasciatori e chiuse le rappresentanze. Ci sarebbe di certo un sit-in in ogni capitale della Ue, Jean-Claud Juncker darebbe fondo alla sua sciatica, Bernard Henri-Lévy si straccerebbe le vesti, il Colosseo sarebbe illuminato di rosso color sangue, Emma Bonino se ne starebbe a urlare, Bono ci farebbe una tournée e perfino Ivanka Trump, figlia di Donald, leverebbe alta la protesta in nome della democrazia e della libertà se invece che l’Arabia Saudita – l’alleato di ferro d’Occidente – fosse stata coinvolta la Russia di Vladimir Putin nell’agghiacciante omicidio di Jaml Khasshoggi, il giornalista entrato nel consolato saudita ad Ankara per non uscirne più: ucciso e fatto a pezzi dagli sgherri di Mbs, ovvero Mohammad bin Salman, l’Al-Saud del petrolio che piace alla gente che piace. E, infatti, tutti zitti. Non si disturba l’assassino. Ha tanta fame da saziare: Yemen, Siria, Iran, Iraq – e perché no? – anche Palestina. La famosa via liberale per l’annientamento dei popoli.

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