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Un marziano a Roma

Un'elezione nata da una rinuncia: segno premonitore di quello che sarebbe seguito

Il Papa in Egitto, così Francesco scioglie il gelo tra Vaticano e Al-Azhar

Papa Francesco

La novità di Papa Francesco, il pontefice attualmente regnante, dura da cinque anni. Giusto domani si compie un lustro dall’ascesa al Soglio del gesuita argentino e il famoso effetto “Marziano a Roma” è già evaporato. La Città eterna ha cooptato Francesco Bergoglio, il Papa che piace a tutti, e la metafora di Ennio Flaiano – laddove si spiega che nulla potrà mai meravigliare Roma, perfino un pontefice dichiaratamente stravagante – s’invera nel reiterare il popolaresco. È una festa di popolo, cinque anni fa, la fumata bianca su Bergoglio. Tutta l’estetica della sottrazione del fasto curiale, con l’effetto torpedone del Papa in scarpe grosse per lavorare di fino l’immaginario dell’opinione pubblica, si rivela “gesuiticamente”, un’arma doppia.

Da un lato il poveraccismo, dall’altro un sincero amore per i poveri quando Bergoglio, pur sempre un descamisado latino-americano, fa la voce grossa contro gli sfruttatori e crea non pochi ostacoli all’establishment: ferma la guerra in Siria. E non è poco. Cinque anni fa, dunque. È complicato perfino arrivare a Roma. La domenica mattina non c’è verso di poter prendere la metropolitana. Il popolo si riversa da ogni dove per arrivare in Vaticano e alla Stazione Termini è tutto un tappo di folla che non consente il transito ai mezzi pubblici.

Cinque anni fa, l’arrivo di questo parroco dall’altra parte del mondo – «dalla fine del mondo», con più accortezza gesuitica dirà lui stesso – smuove alle fondamenta la saldezza di un pilastro cattolico: l’unicità del Pastore. L’elezione di papa Francesco, infatti, segue alle dimissioni di papa Benedetto XVI.

Non è con la morte di una papa che se ne fa un altro e la presenza di due pontefici, uno spavento che in altri tempi avrebbe determinato uno scisma, scivola come in un’alzata di spalle dello spirito del tempo. Il vecchio scende dalla Croce per sparire dalla scena e destinarsi alla rinuncia. L’elezione di Bergoglio sorge quindi dalla rinuncia dell’ultimo successore di Pietro. Ed è un segno più che un lapsus. Procuratevi “Renuntio vobis” (Edizioni Bompiani). È un libro di Sergio Claudio Perroni, e vi troverete ricostruito in un dialogo (con le parole delle Sacre Scritture), l’incontro tra il vecchio che getta l’Anello del Pescatore e il suo unico interlocutore possibile, la verità del Sacro. Viene dalla fine del mondo, dunque, Papa Francesco.

E questa è la coda rasposa di una talpa da sempre impegnata a scavare i cunicoli della storia. Bergoglio, infatti, prende un nome che gli permette di numerare col principio ma che il suo battesimo al Soglio sia un ricondursi al Poverello d’Assisi – con somma meraviglia, peraltro decisa da un gesuita – sboccia tardivo anche nelle note ufficiali.

Un figlio della comunità piemontese emigrata nelle Americhe, qual è lui, non può che avere un altro Francesco, ed è Francesco Saverio, il santo gesuita delle missioni. Ma il Soglio val bene una Assisi. Cinque anni fa, ogni suo gesto – dalla valigetta ventiquattrore all’appartamento di Santa Marta, svuotando il Vaticano – è un prologo a un ammicco. Attento, in ogni sua azione, a ricavarne il plauso dello spirito del tempo, inciampa nella parafrasi di un Carlo de Benedetti quando dice: «È uno che parla con Eugenio Scalfari, lui…».

Non è Benedetto XVI, ma non è neppure Giovanni Paolo II, il gigante della Chiesa Contemporanea. È, Bergoglio, quello che mette in opera la fatica legnosa della Parola orba di oro e luce propria. Si adopera, infatti, nell’astanteria che giustamente chiama «pronto soccorso». Si fa carico, per chi ha fede, del disegno imperscrutabile dello Spirito Santo.
Cede alle lusinghe della voga quando – in questi cinque anni – c’è l’immancabile telefonata a Marco Pannella durante uno dei suoi digiuni.

Lo fa senza avere cognizione, forse, di cosa sia la militia quando prima di questa scenetta – con altra tempra, e con più rovente battaglia – Giovanni Paolo II scriveva una lettera a Bobby Sands, l’eroe della libertà d’Irlanda. Altri tempi, altra tempra. Giovanni Paolo II supplicava il suo ragazzo in guerra d’interrompere il digiuno e gli inviava – certo di non poter smuovere dal proposito di lotta quel soldato – la Croce d’oro con cui i fedeli di San Patrizio avrebbero poi aperto il corteo funebre di Bobby Sands, combattente dell’Esercito repubblicano irlandese. Altre battaglie, altri mondi. Cinque anni fa, la novità.

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