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Mauro Di Francesco: "Io, ex bambino prodigio oggi ho la nausea del palco"

Dai Caroselli a Vanzina passando per Strehler. "Il maestro mi disse: non puoi fare Shakespeare in dialetto milanese"

Mauro Di Francesco: "Io, ex bambino prodigio oggi ho la nausea del palco"

Il ragazzo che con le lacrime agli occhi gridava «Sei andata via, Alina. E chi se ne frega!», affidando al mare di Forte dei Marmi la sua ultima bugia nel secondo capitolo di Sapore di mare, oggi vive tranquillo nella campagna toscana. E ha definitivamente detto addio allo spettacolo dopo essere nato «sulle tavole di un palcoscenico». Perché Mauro Di Francesco prima di frequentare con successo le commedie riempi-sale degli anni ’80 e ’90 (I fichissimi, Sapore di mare 2, Attila flagello di Dio, Abbronzatissimi 1 e 2...) è stato un attore-bambino e un serissimo Principe di Galles agli ordini di Giorgio Strehler. Dopo lo stop obbligato per un trapianto di fegato otto anni fa e un ritorno a teatro l’attore e comico milanese, classe ’51, è sparito dai radar. «Ho proprio deciso di non fare più questo lavoro. A meno che non venga uno come Sorrentino. Ma con una cosa bella, un ruolo importante... Pensi, sono così determinato che ho delle pretese anche su Sorrentino...», racconta Di Francesco a Il Tempo.

Come vive questa decisione?
«Benissimo. Sto con mia moglie e il mio cane Stracci (come il robot domestico di Woody Allen ne "Il dormiglione", ndr). Mi dà fastidio soltanto leggere sul web "ha smesso perché non lo chiamano più". Mi chiamano, sono io che dico di no. Il fatto è che mi è venuta la nausea, ho la crisi di rigetto. In tv poi si vedono cose improponibili. E anche al cinema...».

Certo, "I fichissimi" e "Il ras del quartiere" non erano proprio film d’arte...
«È vero ma non voglio rinnegare Carlo Vanzina, che amavo. Il fatto è che non mi va più di girare cinepanettoni e affini. Non voglio fare come Boldi, ecco».

C’entra quello che ha detto recentemente Jerry Calà: chi non è di sinistra non lavora?
«Una volta era così. Ha notato che attori di destra non ce ne sono? L’unico è Luca Barbareschi».

Lei è stato un enfant prodige. La nausea è dovuta anche a questo?
«È probabile. Sono nato in teatro, sulle tavole del palcoscenico. Mio padre era direttore di palco e scenografo per la compagnia di Ugo Tognazzi, Walter Chiari e Lauretta Masiero. Mia madre era la sarta. Quando ebbe le doglie la portarono di corsa dalla sorella di Pina Renzi, grande attrice di allora, che era levatrice. Tognazzi e Masiero mi fecero da padrini. Chiari chi sa dove stava quel giorno! (ride, ndr)».

Caroselli, trasmissioni, poi un ruolo ne La freccia nera a sedici anni. Com’è essere un attore-bambino?
«Una gran rottura di palle! Invidiavo a morte i miei compagni che passavano i pomeriggi a giocare a pallone all’oratorio. Un giorno sì e uno no andavo in taxi con mia madre alla Rai per fare Carosello, Arcobaleno, Tic tac... Poi gli sceneggiati, le commedie in diretta... Se c’era bisogno di un bambino chiamavano me. Una produzione in particolare mi è rimasta nel cuore: "L’uomo" per la regia di Vittorio Cottafavi. È l’unica commedia televisiva che ha fatto Tomas Milian. Era arrivato da poco dall’actor studio di New York dopo aver lasciato Cuba: un fuoriclasse».

Come si fa a passare da Giorgio Strehler al cabaret?
«Strehler mi aveva scelto per fare il Principe di Galles ne "Il gioco dei potenti" con con Valentina Cortese e Corrado Pani. Dopo tre anni mi prese per un orecchio e mi disse: non puoi fare Shakespeare con l’accento milanese. Così mi spedì all’accademia "per fare almeno un po’ di fonetica", disse. Mi mandava il maestro, così non feci neanche il provino. Poi successe il fattaccio».

Ovvero?
«Dovetti partire militare. E quei quattordici mesi fuori da tutto mi tagliarono le gambe. Cercai in ogni modo di farmi riformare ma non ci fu niente da fare».

Non avrà finto una malattia?
«Di più: mi sono tagliato le vene. Al Car di Albenga. Mi ero fatto ricoverare per tic nevrotici, poi con una lametta mi incisi i polsi. Un piccolo taglio, sperando che non succedesse niente di grave. Mi cercò il colonnello: "Sei quello che si è tagliato le vene?". "Sì". "Ti spedisco all’idroscalo di Taranto, parti domani". Mi ritrovai a fare l’antincendio insieme al rampollo di una delle famiglie più ricche d’Italia, raccomandatissimo. Per fortuna non andò a fuoco niente sennò chissà come finiva! Dopo la parentesi militare trovai tutte le porte chiuse e mi buttai sul cabaret su consiglio del grande Marcello Marchesi».

La stagione del Derby.
«Mi vide il padrone del locale, Gianni Bongiovanni, che era lo zio di Abatantuono. Diego ufficialmente era il tecnico delle luci, in realtà accendeva e spegneva un interruttore... Mi propose uno spettacolo da solo, senza compagnia. Fu una carognata ma accettai. Così lanciai il personaggio del bambino, un ragazzino terribile che nel cestino teneva pistole, cocaina e riviste porno. Vinsi il Rizzoli d’oro per il cabaret. Poi arrivò il cinema, "I fichissimi" di Vanzina e "Scusa se è poco" insieme a Tognazzi e a Monica Vitti».

Sul set col padrino di battesimo...
«Veniva a prendermi all’alba a Labaro con l’auto di scena, una Renault Fuego. In seguito lo frequentai anche a casa sua, alle famose cene a Velletri. Ospiti fissi Vittorio Gassman, Paolo Villaggio, Marco Ferreri, Mastroianni... Marcello lo incontravo anche a Castiglioncello. Alle 8.30 del mattino beveva il caffé corretto alla grappa, io dovevo ancora andare a dormire...».

Scatenati anni ’80...
«Sì ma molto è leggenda. Anche se ci siamo divertiti, in fondo eravamo ragazzi. Quando con Diego e Umbertone (Smaila, ndr) mettiamo sui social una foto col bicchiere in mano ce ne dicono di tutti i colori, neanche fossimo dei tossici. Ecco, questa è un’altra cosa che non sopporto».

Ha fama di playboy.
«Anche qui girano leggende. Sono alto un metro e 68, un po’ "paciarotto", veda un po’ lei».

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