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I misteri di Ricky Shayne: "Io, popstar dimenticata"

Alla Berlinale la serie tv sulla meteora del beat divenuta un’icona in Germania: "Il successo è durato un attimo ma non ho rimpianti"

I misteri di Ricky Shayne: "Io, popstar dimenticata"

BERLINO - Vi dice qualcosa il nome Ricky Shayne? Probabilmente no. Almeno se non siete dei cultori del beat all’italiana. O se non siete stati adolescenti in Germania negli anni Settanta come Stephan Geene. Il regista tedesco ha dedicato all’enigmatico rocker di origini franco-libanesi la serie tv «SHAYNE» prodotta da Bbooks e presentata alla Berlinale nella sezione Forum Expanded. Protagonista lo stesso George Albert Tabett, vero nome del cantante oggi 74enne che abbiamo incontrato in occasione della prima assoluta a Berlino insieme al regista e ai due figli, Tarek e Imran, che lo hanno impersonato sul set.

Ma chi è Ricky Shayne? «Il Tempo» ha raccontato recentemente la sua parabola di cantante arrivato dal nulla in Italia nel ’64 e lanciato da Franco Migliacci, l’uomo di «Nel blu dipinto di blu» per intenderci (leggi 'La dolce vita di Ricky Shayne: "Sesso e droga, Roma era rock"'). Il produttore gli cucì addosso l’immagine del ribelle che cantava «Uno dei Mods», ispirata alle guerre tra bande inglesi, ottenendo un rapido quanto effimero successo. Va detto che nei panni del maledetto Shayne si trovava perfettamente a suo agio, come testimoniano le cronache dell’epoca. Cambiava più donne che giubbotti di pelle e il suo incidente in Ferrari a Fiuggi durante una tappa del Cantagiro riempì i giornali per giorni. Il film «La battaglia dei Mods» di Franco Montemurro lo fece conoscere in Germania dove si trasferì e diventò un’icona pop grazie alla hit «Ich sprengen alle ketten» scritta da un giovanissimo Giorgio Moroder e alla cover blues-spiritual «Mamy blue». Con il suo appeal esotico divenne ben presto un idolo delle ragazzine che collezionavano i poster a figura intera pubblicati dalla rivista Bravo mentre veniva chiamato a recitare in alcune puntate de «L’ispettore Derrick». Una fiammata durata fino alla metà degli anni Settanta, alla quale è seguito un altrettanto rapido declino.

Alla premiére al Delphi Filmpalast di Berlino il rocker, barba e ciuffo bianchissimi, ha chiuso un cerchio. Dalle foto con la camicia aperta sulle riviste per teenager all'omaggio della selezione più sperimentale del Film Festival. Nella storica sala di Kantstrasse, gioiello degli anni Venti ricostruito dopo i bombardamenti, vecchi fan e gruppi di giovani attratti dalla curiosa parabola del personaggio.

«La serie l'ho vista stasera per la prima volta. Non sapevo cosa aspettarmi e devo dire che sono molto soddisfatto – ha commentato Shayne con Il Tempo dopo la proiezione, il 12 febbraio - Questa serie mi racconta per quello che sono, senza filtri o tabù. È tutto vero, anche le arrabbiature con Stephan e con i miei figli. La vita è questo, no? Il fatto è che il successo è durato un attimo. È stato bello finché c'è stato, ma non ho rimpianti. Sono un artista, ho la mia musica e questo è ciò che conta. Spero che questo prodotto avrà la distribuzione che merita. Non tanto per me, quanto per Tarek e Imran». I due ragazzi, poco più che ventenni, sono la copia del padre e lo impersonano per lunghi tratti. O meglio provano a mettersi nei suoi panni commentando i filmati della hit parade ZDF, i 45 giri funky-kitsch e i vecchi vestiti di scena. E cercano di capire qualcosa di un padre enigmatico e sfuggente. «Cos'hai fatto per farti cacciare da Roma? Migliacci ti adorava, ma forse a te a non fregava niente. È sempre così...», lo incalzano i ragazzi in uno dei sei episodi da venti minuti. E il figlio sembra lui, quel rockettaro canuto col caffettano nero e gli occhiali da sole che si schermisce: «Non ricordo niente, il passato non esiste, conta solo il presente».

«Quando avevo dieci anni Ricky è comparso nella mia vita attraverso la tv e le riviste e niente è stato più lo stesso», racconta il regista quasi ossessionato da Shayne e incapace di farsi una ragione dell'oblio al quale lo ha condannato la cultura pop tedesca. Tiene lui, in prima persona, i fili del racconto ora col piglio dell'investigatore, ora dell'analista. «Non è stato facile, Ricky per molti aspetti resta imperscrutabile, restio a ogni tentativo di scardinare la sua scatola nera di ricordi», spiega Geene. Restano le canzoni di un repertorio di spessore inferiore al talento (in «SHAYNE» Geene ha ripescato, tra le altre, l’esibizione al Cantagiro ’67 introdotta da Mario Carotenuto e una energica «I will survive» migliore di tante versioni più famose) e l'affetto per un outsider che è diventato una star quasi senza volerlo. E allo stesso modo è caduta dal piedistallo: «La roba che cantavo negli anni Settanta? Era merda, e ho provato a trasformarla in oro. E forse ci sono anche riuscito».

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