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"Il primo re", Roma e il senso del sacro

"Il primo re", Roma e il senso del sacro

"Il primo re" di Matteo Rovere

Finalmente un prodotto – in questo caso cinematografico – capace di coniugare epicità a rispetto della storicità, di suscitare orgoglio ed emozioni viscerali in ogni romano degno di tale nome, ma senza strafare. L’inizio e la fine de "Il primo re" di Matteo Rovere sono oggettivamente antologici, e saranno ricordati a lungo. Il nucleo di tutto il film è il rapporto triangolare dei fratelli con il sacro, con la volontà divina; non ben specificata, confusa, a volte fraintesa, ma ben presente nelle vite di quegli uomini.

Il contrasto tra le due impostazioni dei gemelli verso il vero protagonista del film, che è incarnato da una sacerdotessa, è percepibile da subito.

Remo è il leader militare, il Re che prevale con i fatti sugli altri uomini e si carica della responsabilità di portare in salvo e alla ricerca di una terra sicura il gruppo di esuli scappati da morte certa ad Alba Longa.

Questo compito assegnato a Remo nel film ricorda l’appello accorato di Enea ai suoi, morti di fame e in balìa delle onde:” Tendimus in Latium, sede ubi fata quietas ostendunt”. Portare verso lidi sicuri - e prescelti dagli dei - un insieme di esuli che diventeranno popolo.

Il suo carisma, accertato e accettato da tutti, però ha un limite: l’amore per il fratello, che è parte di sé. Questo limite “terreno”, la sensazione di essere un tutt’uno invincibile con il gemello, lo porterà a sostituirsi alla divinità, infrangendo ogni tabù sacrale e attirando le ire degli dei. Classico esempio di quella che i greci chiamavano Hybris.

Romolo, invece, ha un profondo senso del sacro, ed è per questo il naturale interprete delle volontà divine. Inoltre, la sua leadership è comunitaria, orizzontale ed è apprezzata dalla comunità neocostituita più che quella autoritaria del fratello.

Questa volontà, riconosciuta dal Primo Re come più grande della sua, di quella di suo fratello e di tutti gli uomini, lo porta al delitto che mai avrebbe concepito: uccidere una parte di sé, suo fratello Remo. La scena del combattimento è magistrale e dà l’impressione di essere eterodiretta dai cieli imperscrutabili.

Remo sul punto di morte capisce anche lui. Capisce di essere interprete di un unico disegno e aderisce, anche dopo averlo combattuto prima di spirare, e riconosce il fratello come Primo Re. Romolo, d’altro canto, non potrà più temere alcun nemico se per fare la volontà degli dei ha dovuto rinunciare a ciò che aveva di più importante.

L’unità del tutto si crea attraverso il dolore della separazione più grande, questa è la grande ambivalenza che suscita la sensazione - in chi la ama - di trovarsi in un luogo davvero Universale, dove le gioie, i dolori, le angosce, le speranze sono uguali per tutti. Eravamo tutti lì, sulle rive del Tevere, di tutte le età, tutte le razze.

Roma ci ricorda la storia degli uomini, che sono animali prima di incontrare Dio. O anche quando pensano di averlo incontrato ma non è così. E cosa fanno gli uomini?

Tramandano, mettono punti, creano ordine. Creano senso. Filtri morali. Etici. Lasciano traccia. Roma è (stato) il luogo prescelto da qualcuno o qualcosa più grande di noi, donato agli uomini affinché lasciassero traccia della loro evoluzione. Civile e morale. Ed è per questo ancora oggi baluardo di Essenza.

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