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Musica e memoria

Lucio Battisti,
così nacque il mito

Roberto Matano racconta l'esordio da chitarrista nei Campioni, l’amicizia, il "tradimento" e la riconciliazione

Lucio Battisti, così nacque il mito

Il complesso dei Campioni con il giovane Lucio Battisti

C’è una pagina strappata nella biografia di Lucio Battisti. Un capitolo rimosso senza motivo apparente dal racconto della vita di uno dei più grandi artisti del pop italiano. Il protagonista di quelle pagine è Roberto Matano, per tutti Roby, professionista della musica da una vita. Con i Campioni, la band – pardon, il complesso come si diceva allora – in cui fece il suo vero esordio il giovanissimo Lucio Battisti, a partire dalla fine degli anni ’50 ha calcato i palchi di tutta Italia e inciso dischi per poi continuare la carriera dietro le quinte, da produttore e talent scout. Una voce versatile e riconoscibile, quella di Matano, incalzante e potente nel rock ’n roll, calda e confidenziale sulle melodie della tradizione italiana. Ebbene, è stato lui a convincere l’appena ventenne Lucio Battisti a "buttarsi" come autore di canzoni, ad aiutarlo a comporre i primi brani scrivendo i testi, a proporlo alle case discografiche in auge in quegli anni ricevendo tanti «no» ma anche conquistando i primi contratti da autore per quel chitarrista, estroso ma introverso, venuto da Poggio Bustone e diventato poi una stella luminosa della musica italiana in sodalizio con il principe dei parolieri Mogol.

IL PECCATO ORIGINALE
Matano ha raccontato la sua versione di quella pagina strappata con un libro, cronaca di un rapporto profondo e tempestoso che è continuato, in forme diverse, lungo tutta la parabola artistica ed esistenziale di Battisti. Un libro - A Robe’... Lucio Battisti: la nascita di un mito, stampato in forma privata dalle edizioni di Don Backy - che è la cronaca di un’epoca irripetibile attraverso ricordi, cimeli e quattrocento tra immagini e documenti pressoché inediti. Ma anche il racconto di un’amicizia e, forse, di un tradimento. Alla base del quale c’è un peccato originale: Roby non era iscritto alla Siae a differenza di Lucio, e quando le porte si sono cominciate ad aprire grazie ai brani nati dalla loro collaborazione il suo ruolo di mentore è stato ridimensionato, se non rimosso, dal sistema discografico. Questo è il rammarico di Matano, espresso in A Robe’, e quello che segue il resoconto di quelle pagine. Matano entra nel giro grosso alla fine degli anni ’50 quando Tony Dallara parte militare e viene scelto come cantante dei Campioni. La stampa impazzisce per quella band che si ispira ai Platters, con slanci che oggi fanno sorridere («Tutti credevano che fossero dei negri», titola un giornale).

La musica che esce dai giradischi è la colonna sonora del boom e l’Italia è un Paese dove le orchestre suonano fino all’alba e dove alla Pineta di Milano Marittima si esibisce l’aspirante chansonnier Silvio Glori (in realtà Berlusconi). Bruno De Filippi, chitarrista e autore di «Tintarella di luna», lascia il gruppo e per sostituirlo viene chiamato il talentuoso Alberto Radius. Ma un giorno del 1963 alla Cabala di via dell’Orso, a Roma, scatta il colpo di fulmine. Prima dei Campioni si esibiscono band esordienti e tra queste spicca un chitarrista, un ragazzo timido che suona gli standard dell’epoca con un tocco personalissimo. È Lucio Battisti che, dopo una sfortunata parentesi a Napoli, muove i primi passi sulla scena romana con Enrico Pianori, i Tropicals e altri complessi. Matano lo vuole a tutti i costi nel gruppo (per buona pace di Radius). C’è solo da convincere i genitori perché il giovane Lucio ha vent’anni e non è ancora maggiorenne. Così Dea, la mamma di Battisti, va a casa di Matano dal quale riceve le necessarie rassicurazioni. Dopo infinite raccomandazioni, si convince a firmare. 

SEMPRE INSIEME
Lucio si ambienta subito, e tra un concerto e l’altro Roberto prova a convincerlo a scrivere canzoni perché vede in lui del genio, una luce, qualcosa di indecifrabile. «A Robe’, ma io non so neanche da dove si comincia», spiegava Lucio al collega, che insisteva fino a convincerlo. Iniziano a comporre, tra un concerto e una serata al night. «Se non sai cos’è un bacio», seguita da «L’amore vero», è la loro prima, vera canzone. In seguito, nella collaborazione tra Battisti e Mogol, sarà la base di «Uno in più» portata al successo da Riki Maiocchi. «Visto che facevamo sul serio almeno uno dei due doveva iscriversi alla Siae per salvaguardare le nostre opere. Lo convinsi a fare l’esame. Io non lo feci e fu un grande errore. Perché molte canzoni che poi diventarono dei successi nacquero dalla nostra collaborazione e le mie parole furono sostituite da quelle di Mogol», racconta Matano nel libro. Il "mentore" comincia a girare per le case discografiche. Il primo no, "sprezzante" ricorda Roby, arriva dal Clan di Celentano. La svolta arriva con Piero Sugar. Per la prima volta il binomio colpisce nel segno, c’è il via libera per un vero contratto da autore. Non con la blasonata Cgd, ma con un’etichetta satellite. In ogni caso, un grande risultato e un primo passo verso una nuova vita artistica.

ARRIVA MOGOL
È la primavera del ’65 e c’è il primo contatto con quello che diventerà la metà di un binomio che avrebbe segnato per sempre la musica italiano, Giulio Rapetti in arte Mogol, paroliere e figlio del potente dirigente della Ricordi Mariano Rapetti. La Leroux propone i brani composti da Battisti - con l’aiuto e le parole di Matano - a Mogol che passa la mano: c’era senza dubbio qualcosa di interessante in quelle composizioni ma in quel periodo era occupato, se ne sarebbe riparlato più in là. Intanto i due continuano a scrivere. Dopo qualche mese e le insistenze della Leroux arriva il sì di Mogol. La prima canzone scelta è «Se rimani con me», registrata dagli esordienti Dik Dik. Ovviamente solo Lucio figura come autore. Questi primi successi di Battisti corrispondono alle prime fratture tra i due. Lucio prende coraggio e va a fare i provini da solo, voce e chitarra. La Rai lo scarta, ma la Ricordi gli propone un contratto da cantante e un 45 giri. E così poco a poco si allontana da Matano: il disco dei Dik Dik con «Se rimani con me» arriva nei negozi e Roberto lo riceve con una dedica ironica che contiene il peccato originale del loro rapporto: «Dall’autore, iscritto alla Siae!», firmato Lucio. Le strade si dividono e la carriera di Lucio prende il volo. Tra i due c’è un clima da una resa dei conti che in realtà non ci sarà mai. «Mi diceva: non pensare che possa andare avanti da solo dopo tutto quello che abbiamo fatto insieme», ricorda Roberto. Che però già prefigura la deriva di una favola senza lieto fine: «Gli rispondevo: un giorno diventerai famoso e ti esibirai in un locale dove io sto suonando con i Campioni».

La profezia si realizza qualche anno dopo, nel ’69: Battisti arriva al Kursaal Margherita di Varazze con la Formula 3 – ironia della sorte, la fortunata band creata da Alberto Radius dopo che i Campioni lo avevano scaricato – mentre sul palco i Campioni si esibiscono. Un cerchio, in qualche modo, si chiude.

Il tempo passa, tra riavvicinamenti e ripicche. Nell’83 Lucio è una star indiscussa, Matano è direttore artistico della Senza Fine di Gino Paoli, ma ha anche un contratto con la Numero Uno di Battisti. Che chiede di vederlo mentre cura la produzione di un disco di Adriano Pappalardo. 

L’ULTIMO INCONTRO
Per alcuni giorni sembra non essere passato tutto quel tempo. «Parlavamo di tutto, della sua passione per il windsurf, del sogno di lasciare l’Italia – racconta Matano – ma Lucio sembrava che parlasse per mandare messaggi alla Rca: "A Robe’, l’hai vista quella palazzina? L’hanno costruita con Una donna per amico!", mi diceva». L’ultimo saluto è quello di due vecchi amici, allontanati dalla vita: «A Robe’, una di queste sere ti telefono». Quella telefonata non è mai arrivata, ma la vita è anche questo.

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