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Gli ottant’anni di Delon e il mito dannato dell’eterna bellezza

L'attore francese e quella sua tentazione di "arrendersi"

Anni fa, alla fine dei Novanta, un dialogo tra due parrucchiere, in un negozio di coiffeur del centro di Roma, restituì in poche frasi l'idea del mito. «È mai stato brutto Alain Delon, Valeria?». «Mai, è una delle mie poche certezze». Domani, domenica 8 novembre, Alain Delon, il bello del "Gattopardo" di Luchino Visconti, il duro della mala nella narrazione maudit del cinema francese, lo Zorro che saltava da un tetto all'altro, il Casanova decadente e un po' ingobbito, compie 80 anni. È stato per anni ''il bello assoluto'' del cinema, un'icona per intere generazioni di ammiratrici assiepate su un ideale ponte fra l'Italia e la sua Francia. Dieci anni fa, alla vigilia del compleanno dei settanta, le sue dichiarazioni alla stampa non furono quelle di un uomo ''arrivato'' e soddisfatto di sé, al punto che in una intervista alla rivista Paris Match l'attore dichiarava di avere ancora molte aspettative, e in particolare che la donna della sua vita doveva ancora arrivare. Si augurava pure che l'ignota partner «facesse in fretta». Con la giovane compagna Rosalie e i due figli avuti da lei, Delon credeva di aver trovato la serenità, di aver fondato una famiglia stabile. Poi lei se ne andò con un industriale degli occhiali portandosi dietro i figli e lui - la bellezza maschile fattasi mito di celluloide - si ritrovò a vivere solo, nella sua tenuta in Svizzera, a giocare con i suoi cani ed a dormire con il suo gatto. Alain Delon - che da quando interpretò il gangster Frank Costello si porta addosso il soprannome di "Faccia d'angelo" - confessava dieci anni fa sulle pagine di Paris match che la sua vita «non andava affatto bene», a causa di un insieme di cose: una certa stanchezza, il tempo che passava, gli amici scomparsi, l'età che cominciava a farsi sentire, la famiglia polverizzata. «Penso spesso al suicidio - aggiungeva Delon con toni inquietanti - vedo davanti ai miei occhi la scena... il difficile non è farlo. È riflettere per non pensare all' azione. Farlo è un gioco da ragazzi». I suoi amici erano preoccupati: Alain Delon si è rinchiuso in se stesso - dicevano - «ha scelto di essere un lupo solitario» spiegava alla rivista Vsd Jeanne Moreau, un altro dei miti del cinema francese degli anni d'oro che era rimasta molto legata a lui. Mireille Darc, attrice e per 15 anni compagna di Delon, anche molto affezionata ad Alain (con il quale formò una delle coppie più ammirate del cinema negli anni Settanta) giusto dieci anni fa gli scriveva una lettera, pubblicata da Paris Match, in cui lo esortava a vedere le cose belle della vita, «l'ammirazione, l'affetto che sus citi nei cuori di milioni di persone». «La donna che sogni - continuava la Darc - un giorno la incrocerai, e la riconoscerai subito». Da allora son passati dieci anni, Delon lotta ancora assieme a noi, con il peso del suo mito e di una bellezza giovanile ormai cara agli dei, come nell'antica Grecia. Evviva, vien da dire, perché il cinema nonostante gli acciacchi e il tedio dell'età ha ancora bisogno di Delon. Vittorio Gassman, grande attore italiano, negli anni Novanta del suo mal dell'anima, quando scriveva vocalizzi in forma di poesia, rimava al mondo che sul "palcoscenico la morte è lontana". L'arte di recitare, in sé, è al fine un elisir di lunga vita. Un centro di creatività e di attrazione. Viene in mente un episodio tra l'ironico e il curioso, sempre di dieci anni fa. In seguito all'intervista in cui Delon confessava il proprio malessere, in molti gli inviarono messaggi toccanti. Fra loro c'era l'allora vicesindaco di Fiuggi Pierluigi Ambrosetti, che gli proponeva di trasferirsi nella città, dove «c'è - diceva - quanto serve per ritrovare la gioia di vivere». E non era il solo. Pure Filippo Pietrocola, allora sindaco di Vasto, lo invitava a vivere nel comune abruzzese e ad occuparsi della direzione artistica dei due festival cinematografici. Segnali da commedia all'italiana che la popolarità italiana di Delon - legata inizialmente a Visconti per "Il Gattopardo" ed a "Rocco e i suoi fratelli" ma poi ampliata a tutte le fasce di pubblico e di età - era ancora intatta. Come oggi. Perché essere un mito è una fatica dura. Se ne è accorto pure lui, Delon, che in un successivo pentimento, rivelerà: «Ho capito che confessando i miei problemi ho deluso molte persone. Quando si è Delon, non ci si può permettere questo genere di debolezze». Resterebbero tutti delusi. Persino a Fiuggi e Vasto. Buon compleanno Alain. Il resto è noia.

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