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Il suo pensiero è attuale e lo Stato ne ha bisogno

di Riccardo Riccardi 12,30 martedì 17 agosto 2010 "il Presidente Cossiga ci ha lasciato". Al cellulare la voce del Maresciallo dei Carabinieri Pulimeno che, mezz’ora prima, alle 12 mi aveva...

12,30 martedì 17 agosto 2010 "il Presidente Cossiga ci ha lasciato". Al cellulare la voce del Maresciallo dei Carabinieri Pulimeno che, mezz’ora prima, alle 12 mi aveva comunicato la sentenza dei medici. "Il Presidente ha soltanto mezz’ora di vita". Mi trovavo in Costa Azzurra dove Francesco, che aveva amici affezionati e amava trascorrere alcune giornate di riposo scrivendo uno dei suoi libri. Il vuoto, che l’amato Presidente ha lasciato in quelli che sono stati i suoi veri amici, è ancora incolmabile. Si è increduli e attoniti, e sono passati 4 anni!, che non sia più tra di noi. Di Cossiga si è scritto molto, ma pochi hanno colto la vera personalità di quello che è stato un vero Uomo. Di Stato innanzitutto. Rispettoso, come pochi, delle Istituzioni. Politico intelligente, fine e acutamente preveggente. Ha gestito il potere senza personali interessi. Si è speso per tanti, disinteressatamente. Francesco, come voleva essere famigliarmente chiamato quando concedeva il tu, è stato un Uomo particolare. Poche persone hanno saputo racchiudere in un unicum le sue competenze, la sua cultura, il suo senso intrigante di una curiosità votata alla conoscenza, il suo impareggiabile senso dello humor e, anche quel pizzico di permalosità, non gretta, che rappresentava il suo scudo nei confronti di chi non capiva di esagerare o si credeva spiritoso. Cossiga ha avuto molti scontri, ha colpito sarcasticamente uomini che si credevano grandi e invece erano nani. Ma poi ha perdonato e chiesto anche scusa perché capiva la sofferenza di chi era stato messo alla berlina. Tra noi amici che lo conoscevamo bene, oppure impudentemente riteniamo, ci domandiamo spesso: cosa direbbe Francesco in questo momento di cupio dissolvi del nostro Paese? Lui ha sempre detto quello che pensava. Non era il Catone della "Carthago delenda est". Era un democratico e amava il confronto ma capiva che dei giganti del dopoguerra non c’era più nessuno. Nel suo pessimismo viveva però una vena di ottimismo che gli derivava dalla sua grande fede. Era cattolico, non bigotto. Rispettoso della Chiesa ma servitore dello Stato. Di uno Stato che, mai come ora, avrebbe bisogno della sua voce e del suo pensiero. Profondo.

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