Vizi e virtù di un padre, di una famiglia, di un’intera generazione. Valerio Magrelli, poeta e scrittore, è nella cinquina del Premio Campiello (gran finale il 7 settembre). Qui si racconta. E torna su quell’estate del ’74 quando, costretto a letto, lesse e scrisse fino allo sfinimento. Oggi l’incontro con gli scrittori del Campiello: si vola verso Assisi. Non solo, Magrelli non può fare a meno di descrivere l’ultimo libro a sua firma: «Geologia di padre», caldeggiato da Melania Mazzucco, di cui «invidia» la capacità di gestire gli archivi. Valerio Magrelli. Quali sono i suoi progetti per la Bella Stagione? «Dunque, è un’estate strana. Io ho scritto poesie fino ai primi anni ’90, quando Gianni mi chiese due racconti ma io gli dissi che non ne avevo mai scritti. Uscirono nel ’92, "Esercizi di Tiptologia". Ma dieci anni dopo uscì il primo libro, "Nel condominio di carne". "Geologia" è l'ultimo di 4 prose. Vorrei chiudere con una raccolta. E dal primo libro di poesia ormai sono passati 8 anni. Farò grandi letture e poi…». La sua estate indimenticabile? «Le dirò quella che mi ha cambiato la vita. E riguarda il primo libro di prose. Nel ’74, il 10 giugno, venni investito da un’auto. Ero in motocicletta, fermo a un semaforo. Mi sfondarono il bacino e sono stato due mesi interi in ospedale, luglio e agosto. Ho cominciato a scrivere e a leggere i monumenti della letteratura: Montaigne, Don Chisciotte, l’Iliade. Mi vendicai perché, sulla copertina del "Condominio di carne" che ora esce in Inghilterra, ho messo il mio autoritratto: la mia lastra». Quale è il messaggio che vuole dare al lettore di «Geologia di un padre» (Einaudi, pp. 160)? «Più che un messaggio, racconto il risultato di un percorso. Di un viaggio negli ultimi 10 anni, compiuto ricostruendo la figura di mio padre. Dopo un inizio funebre passo a raccontare la famiglia, la storia di mio cugino partigiano, l’infanzia e l’adolescenza. A venti anni fu per due anni soldato in Jugoslavia. Da Lubiana fino a Roma attraversò un migliaio di chilometri. La mia generazione confina con una che condivideva lo stesso tipo di vita dei cavalieri di Re Artù. Era un architetto ma disegnava qualsiasi cosa. Felice la scelta di un suo disegno in copertina, e la sua "firma" alla mia introduzione». C’è qualcosa che rimpiange di suo padre? «Moltissmo. Il libro ha tanti capitoli quanti i suoi anni, 83. L’ultimo è dovuto diventare il penultimo, la fine è molto solare. Era architetto, ingegnere, e mi insegnava a visitare la città. A lui devo la scoperta del Borromini e della Roma Barocca. E l’atteggiamento del turista: lui mi diceva: "Apri le porte ed entra. Se un chiostro è chiuso tu entra, non ti fermare, aspetta che siano gli altri a fare la fatica di bloccarti". Quante chiese e divieti sono riuscito a sorpassare». Cos’è che, al contrario, non gli ha mai perdonato? «Be’, scherzando le dico: le attese. Come tanti papà della mia generazione, mi prendeva e mi diceva: "Aspetta un attimo che ho un appuntamento" o "Devo finire un progetto". Questo, scherzando, è il più grande rimprovero. Quello che gli ho attribuito è un carattere iracondo, che mi ha trasmesso, e che ho fatto di tutto per non trasmettere ai miei figli. Ma non mi ha mai sfiorato con un dito, quando in tutte le altre famiglie volavano botte e schiaffi». Quanta ironia ci vuole per raccontare e per parlare della propria famiglia? «In Italia, grosso modo, ci sono due tipi di letteratura. Io vengo dalla Poesia ma ci sono la narrativa di consumo e la narrativa di ricerca. Appartengo a quest’ultima categoria. Non c’è un progetto, non ho dosato un aspetto rispetto all’altro. Ho fatto un libro sperimentale. Serve ironia, come antidoto alla tragedia». Melania Mazzucco ha consigliato il suo libro come lettura. «Non lo sapevo». Sì, sulle colonne di questo giornale. Lei, di contro, cosa ha letto di questa scrittrice? «Lessi "Vita". E "Tintoretto e i suoi figli", che mi è piaciuto molto. E lo dico con un certa invidia, per la capacità che ha di maneggiare gli archivi, che io non ho». Sì, ma anche lei ha scritto questo libro dopo aver raccolto per anni degli appunti. Quanto tempo le ci è voluto? «Direi una decina di anni. Spiavo la maniera in cui la malattia modificava mio padre. Ero diventato il suo infermiere. Ad esempio: alla sua morte, arrivano le pompe funebri e ci chiedono una fotografia. Mia madre tira fuori una suo foto da vecchio e in vestaglia. Mi ribellai, ne presi una a casaccio da un cassettone - quella che ora è sulla sua tomba - ed era la foto di un ragazzo di 20 anni. Non può averne avuti 83 tutta la vita». Il suo modello è la "Coscienza di Zeno" di Italo Svevo? «Quella è una delle stelle polari. Però ho tanti modelli: lo scrittore polacco Bruno Shulz, ad esempio. E adoro Federigo Tozzi».
«Quell’estate in cui mi vendicai»
Dopo l’incidente dello scrittore nel ’74, la lastra finì in copertina Poi «Geologia», il rapporto con il padre, i premi. E il successo
