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di Lidia Lombardi Sembra un capriccio d'artista.

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Uncastello di sabbia, per quel cupolino a stalagmite. Eppure quanta scienza, e simboli, e storia di Roma in Sant'Ivo alla Sapienza. Quintessenza della meraviglia barocca, dell'ornato, della fantasia, che ti stupisce anche perché non te l'aspetti oltre l'austero portone del palazzo della Sapienza, al numero 40 di corso Rinascimento, serissima prova cinquecentesca di Giacomo della Porta. Il ticinese Borromini ne ha fatto banco di prova di sapienza e azzardo. Ha riempito di simboli, di matematica, di speculazione filosofica e teologica la chiesa dell'Universitas romana. Doveva agire in una gabbia: in fondo allo spazio già definito del cortile e in un'area angusta, quadrata. Inventa una pianta generata da due triangoli incrociati, che formano sei punte. E le raccorda con una danza di sporgenze e rientranze, rese lievi dall'armonia del tutto bianco delle mura. Piena di Grazia, Sant'Ivo alla Sapienza. Per la luce che la inonda dai finestroni, per lo slancio verso l'alto, una specie di risucchio lassù, nel regno dello Spirito Santo, cui allude il cupolino-lanterna. È difficile entrare nella più originale chiesa romana. È aperta solo la domenica mattina, dalle 9 alle 12. E a decifrarla in un tempo così breve non bastano gli input del più entusiasta e attento studioso del barocco, Paolo Portoghesi. Una sciarada, Sant'Ivo. Il triangolo allude alla Trinità, le «fiamme» in pietra intorno alla lanterna sono il cuore ardente dei Cristiani. La stessa lanterna è memore del faro di Alessandria, perché la Chiesa è il faro dei fedeli. E però dall'esterno la sua spirale rimanda a una conchiglia, nella sovrapposizione di Natura e Architettura che è una costante nel barocco capitolino. Ancora: i due triangoli rovesciati uniti dalla mistilinea formano la figura stilizzata di tre api, simbolo della Carità ma presenti anche nello stemma araldico dei Barberini, omaggiati dall'architetto perché fu proprio uno di loro diventato Papa, Urbano VIII, a chiedergli di completare la sede universitaria con una chiesa, dedicata a Sant'Ivo, patrono degli avvocati. Borromini ci mise trent'anni per veder finito il suo esperimento. Sicché dovette consegnarlo, nel 1660, a un altro pontefice, Alessandro VII, uscito da una diversa potente famiglia capitolina, i Chigi. Hanno nello stemma la stella e il monte a sei cime. Ebbene, sulle candide mura della cupola ecco stelle e monti a sei punte. S'incurvano verso il centro, mentre salgono diventano più piccoli, secondo le leggi della prospettiva e del trompe l'oeil. Tanta suggestione mistica e simbolica dell'interno diventa fascinazione teatrale fuori. Nel cortile rettangolare, i due lati lunghi con il porticato a due piani sono come quinte che fuggono verso lo sfondo. E lì s'incastona simile a un gioiello, a un soprammobile cesellato dal Cellini la facciata-non facciata di Sant'Ivo. Concava nella metà bassa, convessa nello slancio del tiburio e poi con lo sberleffo, il gioco coltissimo della conchiglia-lanterna. Immagine famosa nel mondo, «logo» del genio seicentesco. Di una civiltà religiosa e laica insieme. Mondana, curiale, nobile. Nutrita di mente, anima, cuore.

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