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Coraggio e tenerezza

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La passione sublimata secondo la MacMahon La scrittrice ospite al Palazzo dei Priori Ecco l'incipit de «L'amore non ha fine»

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Viaggiavacon un biglietto di andata e ritorno da quattrocento dollari acquistato comodamente da casa solo qualche giorno prima. Un paio di clic con il mouse e aveva inserito le sedici cifre della carta di credito. Niente biglietto, solo una e-mail da stampare e un codice magico. Niente ritardi, nessuna fermata intermedia, né avverse condizioni atmosferiche durante il volo. Era rimasto sveglio tra il passaggio del carrello delle bevande e la distribuzione dei pasti; aveva letto un po'. Aveva preso uno Xanax, riducendo le ore di volo in un colpo solo. Viaggiava leggero. Uno zainetto e un borsone di tela. Niente lasciava presagire che sarebbe stato un viaggio epico. Il ding del sistema di amplificazione lo svegliò. Aprì gli occhi e si trovò pateticamente raggomitolato contro la parete dell'aereo, alla ricerca di una posizione comoda, la faccia schiacciata contro la tendina dell'oblò. Con grande sforzo si mise seduto e si appoggiò allo schienale. Chiuse di nuovo gli occhi e rimase immobile, in attesa dell'annuncio. Prese coscienza del proprio disagio fisico, un fastidio insopportabile. Gli faceva male la schiena, le ginocchia gli si erano anchilosate e scrocchiarono quando cercò di distenderle. Gli dolevano le natiche per via di tutto quel tempo seduto. Aveva bisogno di urinare. Attorno a sé erano sparsi i detriti del viaggio; la sottile coperta messa di traverso sulle ginocchia, gli auricolari ingarbugliati in grembo. Il libro era incastrato da qualche parte sotto di sé, ma era così intontito che neanche lo sentiva. Le scarpe erano sotto il sedile. Presto gli sarebbe toccato cercarle e infilarvi nuovamente i piedi. Si concesse ancora un momento per gustare la magnifica sensazione delle calze sulla moquette. Un altro ding e la voce del pilota si diffuse nella cabina. Ne sentì solo qualche frammento, ma riuscì a riempire i vuoti e a capire quello che diceva. A breve avrebbero cominciato la manovra di discesa. Qualcosa a proposito del tempo a Dublino che Bruno non afferrò. Alzò leggermente la tendina e scorse una spessa nuvola bianca. Non vedeva altro che l'ala del velivolo, stranamente immobile. Guardò il piccolo schermo azzurro sul retro del sedile che aveva davanti. Una cartina in movimento che mostrava il profilo abbozzato della costa orientale americana, l'enorme distesa dell'Atlantico e poi le sagome di Irlanda e Inghilterra nell'angolo in alto a destra. La traiettoria del volo era indicata da un ampio arco, la cui linea punteggiata terminava con il disegno di un aereo. L'immagine del velivolo ormai era sull'Irlanda. Era talmente fuori scala da coprire quasi l'intero paese. Lo stato d'animo di Bruno cambiò all'improvviso. Provò un inatteso momento di panico, la sgradevole sensazione che avrebbe dovuto prepararsi a quell'arrivo. Non era pronto. Non avrebbe dovuto dormire ma rimanere sveglio tutto il tempo. Doveva essere in sé per quel viaggio. Gli venne in mente una cosa che gli avevano detto una volta: gli indiani d'America rimangono seduti in aeroporto dopo essere arrivati in un posto, per dare allo spirito la possibilità di raggiungere il corpo. D'un tratto Bruno ne capì la logica: non c'era armonia tra il suo corpo e il suo spirito, aveva bisogno di tempo per recuperare. Lo schermo cambiò aspetto. Adesso mostrava un elenco di statistiche. Tempo mancante all'arrivo: 0:23 minuti. Doveva fare buon uso del tempo. Fare mente locale. Tre settimane da quando aveva perso il lavoro, tre settimane che sembravano tre anni. O tre giorni, o tre ore. Non aveva senso, sembrava una vita fa eppure era tutto così fresco, le ferite ancora aperte e sanguinanti. Un mese all'elezione. L'attesa era insopportabile. Bisognava convincersi che il tempo scorreva come sempre, che prima o poi sarebbe finita e avrebbe saputo il risultato. Ma l'attesa restava insopportabile. Ed ecco Bruno, sospeso in aria tra questi due punti, 0:21 minuti all'arrivo. Si immaginò come un omino che si muoveva sulla cartina, una rozza figurina di pan di zenzero. Tracciò il suo viaggio seguendo l'ampio arco che attraversava l'oceano. Stava disegnando la linea con un dito quando, senza preavviso, lo schermo si fece nero. Il sistema di amplificazione rientrò in funzione e le luci in cabina si accesero, così come il segnale di cintura allacciata. Il personale di bordo iniziò a muoversi lungo i corridoi distribuendo copie della carta di immigrazione. Strizzando gli occhi nella luce violenta, Bruno riempì scrupolosamente la propria con la penna a sfera che gli avevano dato. Una volta finito, si accorse di non avere un posto in cui mettere il documento. Lo infilò nella copertina interna del libro, che tenne chiuso sulle gambe. Una lenta discesa tra le nuvole. Bruno, curvo contro il finestrino, sbirciava speranzoso il nulla. Vedeva solo la pioggia che rigava l'esterno dell'oblò, la massa grigia dell'ala che tagliava la densa aria bianca. Non c'era modo di sapere quanto fossero vicini al suolo. All'improvviso, fuori dal finestrino apparve il verde, erba bagnata che scorreva veloce, una manica a vento a strisce rosse e bianche, una bassa costruzione grigia e l'atroce suono delle ruote che colpivano brevemente il suolo e rimbalzavano via. Un atterraggio poco felice. Il corpo del velivolo oscillò violentemente a sinistra e poi a destra prima di stabilizzarsi con l'entrata in funzione dei freni. Bruno si tenne con entrambe le mani al sedile di fronte per evitare di cadere in avanti. Quando l'aereo si diresse verso il terminal, un vertiginoso senso di euforia si impadronì di lui. Dopo tutti quegli anni, finalmente l'aveva fatto. Trent'anni da quella promessa fatta in punto di morte e che lo ossessionava da allora. Adesso l'aveva mantenuta... ©Bompiani/RCS Libri SpA

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