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«Müller? Un calciatore giocava a Venezia ora fa la punta a Roma»

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Maintanto segue con attenzione le sorti del Festival di Roma. E dice la sua. Avati, che ne pensa della querelle tra Roma e Venezia, Müller sì o Müller no? «Questa polemica non ha senso: l'ho sempre detto e sostenuto. Sono andato al Festival di Roma con il mio film "Il cuore grande delle ragazze" proprio perché Galan e Alemanno s'incontrassero: i due si erano avvicinati, ma poi è saltato il governo. Il ministero dei Beni culturali è troppo sbilanciato per Venezia e distratto verso Roma.Venezia resta sempre l'eccellenza per l'Italia e l'Europa, è indiscutibile la sua primogenitura». Ma Roma fa gola a tutti.. «A Roma si fa cinema, si produce e qui lavorano le categorie professionali. Anche grazie alla fiction di cui, per quanto male se ne possa parlare, aiuta a far sopravvivere le categorie, mentre i film diminuiscono. Ma Roma è cinema, Cinecittà è il corrispettivo di Hollywood e la Capitale deve avere la sua manifestazione, non competitiva con Venezia: serve una convivenza pacifica. Era ingeneroso vedere portare via dalla Mostra tanti film con l'intento di lasciare a Roma gli scartini. Era una politica dissennata: privava Roma di una serie di titoli senza poi riuscire a dare la giusta visibilità ai troppi film selezionati. Spero che Barbera, uomo sereno e illuminato, non cada in questa trappola». Il pd è infuriato con Alemanno, accusato di lottizzare la cultura romana e di volere Müller al posto di Detassis... «Müller è nell'ordine delle cose: prima era il centravanti del Venezia e ora lo è per la Roma: deve correre per la sua partita e fa il gioco del momento. Ma credo sia apprezzabile da parte di chi assume una posizione con entusiasmo e ha voglia di dare il suo contributo». Quale consiglio darebbe ora a Müller? «Attenzione al deprezzamento del premio: una volta il Leone d'oro era successo garantito e coincideva con il botteghino andando oltre la critica. Oggi un Leone sul mercato vale poco e ancora meno il Marc'Aurelio. A Barbera e a Müller dico: considerate in modo più sinergico la composizione delle giurie in rapporto ai film, cinema è arte coniugata all'industria, si spendono soldi e la gente deve pagare per vedere i film. I festival devono essere bonificati dal dileggio che a Roma per fortuna non esiste. Ogni anno invece a Venezia c'era il film dileggiato, spesso italiano. Occorre rispetto per il lavoro delle persone: un film può non piacere, ma gli sghignazzamenti sono tipici di quel clima da corrida che a volte si instaura a Venezia». Lei era in corsa per il Festival di Roma? «Mi è stato chiesto di fare il presidente, ne sono molto lusingato ma ho declinato perché sono un regista e un produttore in attività e non sono compatibile con l'incarico. Ma chiunque verrà a Roma troverà un lavoro straordinario fatto da Rondi e Detassis che lasciano una meravigliosa macchina organizzativa».

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