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«Le sorelle» di Bellocchio tra poesia e realismo

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Unbel film di Marco Bellocchio con il suo ritorno in Val Trebbia, a Bobbio dov'è nato e dove la sua famiglia ha ancora le radici. Una rivisitazione, dopo un primo documentario nell'80 intitolato appunto "Vacanze in Val Trebbia", l'aveva già tentata nel 2006 con un mediometraggio, "Sorelle". Oggi lo completa e vi costruisce attorno sei storie i cui protagonisti sono seguiti lungo l'arco di dieci anni, dal '99 al 2008. Non sono però staccate, in mezzo vi passa il tempo, gli attori-personaggi crescono e mutano anche d'aspetto, ma il clima e le intenzioni del regista non mutano perché si tratta sempre di accompagnare l'evoluzione, all'interno di una stessa famiglia (i Mai, che appunto si richiamano ai Bellocchio) di due zie, di un fratello, di una sorella e della figlia di quest'ultima, proposta dall'infanzia all'adolescenza. Il fratello pensa di andare a Roma per diventare regista, con molti guai attorno, soprattutto finanziari, la sorella si è trasferita a Milano dove vorrebbe diventare attrice, lasciando la bambina alle cure delle zie, già piuttosto anziane. Con vari ritorni a casa, però, attraverso gli anni, una prima volta il fratello perché, in procinto di sposarsi, vorrebbe, con l'avallo delle zie, accendere un mutuo per comprarsi casa a Roma, un'altra volta la sorella per motivi analoghi, anche se poi, in un'altra occasione, sarà costretta a vendere i proprio gioielli per salvare il fratello da pericolosi creditori. Queste storie, e altre attorno di amici e di parenti vari, erano state girate via via da Bellocchio nei periodi in cui si svolgevano, adesso le ha raccolte insieme e le ha ulteriormente precisate, affidando il passaggio del tempo solo ai segni lasciati sui personaggi e sulle cornici. Con una narrazione piana, senza mai fratture di stile, all'insegna di un realismo intento ad ogni svolta a farsi documento. Propiziandone la nota autentica con la presenza, in molti personaggi, degli stessi membri della sua famiglia, le brave zie, il fratello Pier Giorgio, Elena, la bambina che cresce. Affiancati, ma senza mai note stonate, da interpreti come Donatella Finocchiaro o come Gianni Schicchi Gabrielli cui, pur sempre nelle cifre della cronaca, è affidata la pagina finale, tutta mestissima poesia.

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