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di LORENZO TOZZI Qualche distratto o disinformato potrebbe ritenere che l'opera lirica metta in scena drammi in cappa e spada o tutt'al più sparati e frac.

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Moltesono invece le opere moderne o contemporanee che prendono spunto dalla vita quotidiana, da avvenimenti vicini nel tempo e nella memoria collettiva. Un caso eloquente è la fortuna musicale del dramma Uno sguardo dal ponte (1955) di Arthur Miller, già marito di Marylin, divenuto presto film per la regia di Sidney Lumet (1962) con Raf Vallone e Jean Sorel, ma anche melodramma a Roma con Renzo e Roberto Rossellini (1961) ed infine nel 1999 all'Opera di Chicago con le musiche di William Bolcom. Un'edizione che, dopo Washington e il Metropolitan di New York, giunge ora in ìprima” europea (da domani all'Opera di Roma) sotto la direzione dell'americano David Levi, all'ultimo momento chiamato a sostituire l'impossibilitato Bruno Bartoletti. Il plot propone il colorito mondo portuale di New York, popolato di emigranti italiani come il sicilianissimo Eddie Carbone, uno spaccato sociale degradato in cui la violenza sui più deboli e i sentimenti distorti sono di casa. Scenicamente su due piani si sovrappongono il sociale (il lavoro portuale) e il familiare ( il dramma della gelosia che porta al duello finale). A far notare una certa assonanza tra la vecchia e la nuova emigrazione è la regista Amy Hutchinson che riproduce l' allestimento originale firmato da Frank Galati. ìAbbiamo adattato l'allestimento al palcoscenico romano – racconta la Hutchinson – più piccolo di quelli americani. Ci aiuta l'acustica che è fantastica e i cantanti possono cantare con più naturalezza. Anche i silenzi qui acquistano un peso. Poi ci sono anche le proiezioni ed un coro che ha la funzione di personaggio come nella tragedia greca. L'ambiente è quello dei lavoratori italo-americani emigrati oltre Oceano, ben noti a Miller: pensava alla vita dura degli antichi romani, gente abituata alla fatica e alla violenza. Ancora oggi la legge in Arizona – vedi il recente attentato di Tucson – consente con facilità il porto d'armi. In 50 anni non è cambiato nulla: ancora ci sono emigranti e ancora fatti di sangue, in America come in Europa con i suoi extracomunitari.” Uno ìsguardo dal podio” viene dal direttore dimissionario Bruno Bartoletti, ottantacinque anni in arrivo di cui oltre 50 sui podi italiani e stranieri. Solo una improvvisa indisposizione gli ha impedito di salire di nuovo sul podio dell' Opera, da dove manca da una decina di anni e dove era stato anche direttore stabile alla fine degli Anni Sessanta. ìL'idea di ricorrere a Miller mi venne quando ero direttore artistico a Chicago – racconta il maestro fiorentino - Volevo affiancare al repertorio anche titoli contemporanei. Dopo il Paradise lost di Penderecki pensammo ad una commissione ad un compositore americano e Berio consigliò Bolcom. Dopo Avidità, con la regia di Altmann, venne la commissione de Lo sguardo dal ponte. Lo stile è composito e ricorre anche a pezzi chiusi rivisti alla maniera americana, una sorta di summa del linguaggio americano, da Copland a Ives e al rock and roll.” L'allestimento romano, che si avvale delle scenografie di Santo Loquasto, collaboratore di Robbins e Woody Allen, è lo stesso di Chicago. Il cast è formato in parte da giovani dell' Opera Lyric Center di Chicago. Un motivo di ottimismo per la buona salute del melodramma nel mondo? La risposta viene ancora da Bartoletti: ìAbbiamo diffuso noi italiani questo prodotto nel mondo e dobbiamo esserne orgogliosi. Il Novecento ci ha dato grandi compositori. Ora i Paesi ai quali abbiamo esportato il melodramma ce lo restituiscono insieme a grandi voci. Come è noto gli americani non hanno sovvenzioni statali, ma vivono solo di sponsor. L'Italia vive dei finanziamenti ministeriali. Ora che sono diminuiti bisogna vivere di fantasia. Il sistema americano non è applicabile da noi. Forse solo a Milano, perché manca una adeguata sensibilità da parte del capitale privato e delle banche.”

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