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Faccio l'ex provocatore

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Forsea causare lo stato di torpore è stato un mal di denti curato con una dose eccessiva di analgesici, fatto sta che il caustico e asociale scrittore francese proprio non è riuscito a passare inosservato durante questo lancio italiano del suo nuovo romanzo "La carta e il territorio" (Bompiani, 364 pagine, 20 euro), che in Francia ha vinto il prestigioso premio Goncourt, accettato da Houellebecq con malcelata gioia, soprattutto perché sembra chiudere - per adesso - lo scontro frontale tra l'autore de "Le particelle elementari" e la società letteraria parigina, in maggioranza progressista (in passato, il premio gli era stato negato già due volte). Dopo aver fatto discutere di sé per almeno un decennio, affrontando a gamba tesa e senza correttezze politiche temi e problematiche quali l'Islam, l'egoismo, la bioetica, il corpo moderno, la morte, il nichilismo, la prostituzione, la società francese ed europea, la storia letteraria (memorabile la liquidazione del poeta Prévert, definito "uno stupido"), in questo nuovo romanzo Houellebecq racconta la storia di un fotografo e pittore di nome Jed Martin, che diventa famoso dopo aver scoperto che il segreto della sua arte è raccontare dall'alto il territorio francese; e infatti Jed Martin si specializza nel fotografare le cartine in scala della Michelin, dimostrando che le carte sono molto più importanti del territorio. Ma dopo questa prima fase metaromanzesca, Houellebecq si scatena e perde ogni freno inibitorio, e mette se stesso - col proprio nome, e con le proprie nostalgie per una trapassata Francia industriale, non senza raccontarsi come un grande scrittore di fama planetaria, cosa che ha fatto infuriare lo scrittore Tahar Ben Jelloun, che lo ha stroncato ferocemente, scrivendo, tra l'altro, che "personalmente m'importa ben poco di quello che pensa Houellebecq degli imperi industriali, dell' architettura moderna o della pittura, tanto più che fa un discorso odioso e delirante su Picasso" - al centro del romanzo, fino a inscenare il proprio macabro assassinio, che evidentemente Houellebecq immagina come un atteso rito simbolico purificante, proprio non riuscendo a pensare a una Francia non dominata dall'odio nei suoi confronti. Grande risvolto mediatico ha anche avuto lo scontro di Houellebecq con la madre, la quale ha definito il figlio "un bugiardo e un impostore", per la gioia dei tanti detrattori dello scrittore francese. Eppure lo scrittore francese, apprendiamo, non è più naufrago della propria nichilistica angoscia, avendo dichiarato: "Non posso più mettere la sensazione di scacco totale al centro dei miei romanzi, semplicemente perché non la sento più: in questo libro, solo il padre di Jed è disperato, ma è una figura di contorno, non il protagonista. Un personaggio simile non funzionerebbe più come fulcro del racconto, perché non lo sento più mio". Nonostante queste matissiane dichiarazioni, ne "La carta e il territorio" non trionfa certo la "joie de vivre", essendo il romanzo costellato da una storia d'amore (con una russa mozzafiato, eternamente in minigonna) finita in un oblioso disamore nel volgere di poche ore, da una caduta di Jed Martin su una propria tela lacerata e sporca di vomito, da una serie di dialoghi aspri - ai limiti dell'autismo - tra Martin e Houellebecq, che si autoracconta come un puzzolente scrittore francese recluso in una campagna irlandese, appena circondato da qualche classico e perennemente ubriaco e solo, da un'eutanasia paterna e un antico suicidio materno; e, dulcis in fundo, da un atroce assassinio ai danni dello stesso scrittore che, come i grandi narcisi - si pensi a Carmelo Bene - proprio non riesce a non raccontare, divertendosi, la propria clamorosa morte, sperando di sottrarsi al giudizio dei sopravvissuti, ai quali offre preventivamente il copione del proprio epocale trapasso. "La carta e il territorio", comunque, è un gran bel romanzo, sicuramente uno dei più belli di Houellebecq, perché notevole è la sua fluidità narrativa, anche quando è sporcata da estenuanti ragionamenti filosofici o estetici, da elenchi di marche e sottomarce, oppure da accumuli descrittivi di varia natura. Nonostante l'estrema solitudine dello scrittore, la realtà francese viene colta nelle sue tante sfumature sociali ed oggettuali, e raccontata con un estro precisionista che molto deve alla "école du regard", che suppliva alla mancanza di ideali e di fedi con una descrizione asettica e cumulativa della realtà (quest'attitudine descrittiva è però spinta da Houellebecq fino alle estreme conseguenze, tanto che non è sbagliato definire il suo sguardo di estro autoptico). Pur tuttavia, al di là di questo indubbio talento, sconcerta non poco il fatto che l'autore di "Piattaforma" sia l'unico scrittore europeo che, in questo momento, possa permettersi il lusso di chiudersi improvvisamente in una camera d'albergo, addormentandosi proprio durante un'attesa conferenza stampa, lasciando nugoli di giornalisti sgomenti e speranzosi nella hall (lo diciamo un po' scherzosamente, ché l'auspicio, ovviamente, è che non si tratti di nulla di grave); aumenta lo sconcerto, però, se si pensa che appena qualche ora prima Houellebecq aveva dichiarato candidamente: "Sono successe tante cose in questi anni, non saprei dire cosa è cambiato, ma non sento lo stesso tipo di disperazione di un tempo, ora al limite mi preoccupo per i problemi di salute". E noi tutti, ahimè, ce ne siamo accorti abbondantemente.

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