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Gli italiani sfidano la flotta perduta

Un guerriero cinese ritratto in un'antica stampa

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Sarà anche stato l'imperatore della Cina, ma Kublai Khan era perseguitato dalla iella. Sovrano assoluto e incontrastato di uno dei più grandi imperi della storia, nipote di Gengis Khan, più o meno attorno al 1270, s'impuntò che doveva conquistare il Giappone. E ci sbattè il muso. Strizzò con le tasse i suoi sudditi per allestire una prima enorme armata e poi una seconda di forza e proporzioni leggendarie. E tutte e due furono spazzate via da terribili tempeste che, di quella forza d'invasione, lasciarono solo i debiti e uno sbiadito ricordo. Oggi la flotta perduta di Kublai Khan è una sorta di «Santo Graal» dell'archeologia subacquea d'oriente. Chi riuscirà a trovare i resti di quell'armata, sul fondo del Mar del Giappone, si sarà assicurato un bel posto nei libri di archeologia. I ricercatori locali sono in difficoltà... Chi potrebbe andare a dargli una mano? Ma gli italiani, naturalmente. Un gruppo di ricerca della Soprintendenza del Mare della Regione Siciliana, diretto da Sebastiano Tusa, andrà nelle acque del Giappone sulle tracce delle navi scomparse. Gli studiosi sono stati invitati da Hayashida Kenzo, archeologo, direttore dell'Asian Research Institute Underwater Archaeology. Kenzo ha già individuato numerosi reperti riconducibili al naufragio delle quattromila navi disperse dal tifone che fece fallire il secondo tentativo di invasione da parte del Gran Khan dei mongoli, imperatore della Cina, nel 1281. Con gli italiani ci sarà anche un team specializzato in indagini subacquee che potrà scandagliare i fondali con le più moderne tecnologie. Il docente giapponese sta esaminando l'area davanti all'isola di Ojika, di fronte alla Corea. Sono state ritrovate enormi ancore in pietra e anche frammenti di porcellane del tipo in uso all'epoca delle spedizioni. Nella baia di Maegata, poco distante dal centro abitato dell'isola, è possibile rinvenire numerose testimonianze di quel naufragio.   Non è la prima volta che gli esperti siciliani, i migliori del mondo, effettuano una spedizione nella zona. Tusa e compagni sono stati qui lo scorso anno. E la collaborazione va così bene che è nata l'idea di effettuare un gemellaggio tra l'isola di Ojika e Pantelleria. Il progetto è stato sponsorizzato, con un piccolo finanziamento, dal ministero degli Esteri, i fondi maggiori arrivano dalla Nippo Foundation. L'obiettivo è quello di scoprire perché uno sforzo bellico di notevolissime proporzioni sia fallito così miseramente. Lo zampino ce l'ha messo certamente una tremenda tempesta che i giapponesi chiamarono «Kamikaze», vento divino, e che darà poi il nome ai reparti suicidi giapponesi della seconda Guerra Mondiale. Ma non solo. Gli studiosi hanno accusato del disastro la fretta con la quale venne messa insieme la flotta: per realizzarla ci volle appena un anno. È stata avanzata l'ipotesi che per accorciare i tempi siano state mandate nel burrascoso Mar del Giappone anche imbarcazioni più adatte ai fiumi. Ma recenti scoperte svelano che le barche erano a chiglia tonda, insomma erano ben fatte. A questo puzzle mancano ancora molti pezzi, che forse riusciranno a mettere insieme gli archeologi italiani. Certo è che quel Kublai Khan, che noi italiani conosciamo bene perché accolse amichevolmente a corte Marco Polo, era sfortunato. E anche decisamente imprudente. Dichiarò guerra al popolo dei samurai, che gli opposero, tempeste a parte, una durissima resistenza. Un'altra guerra la dichiarò al Vietnam, prendendo sonori schiaffi. Alla fine, in un Paese dove la gente non aveva cibo, Kublai Khan schiattò per il troppo mangiare. Lo uccise la gotta nel 1294.

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