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Cercare l'universo di diritti

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L'autorevolerivista americana "New Yorker" l'ha definito "il più influente filosofo al mondo", per altri, è "il rappresentante più controverso della scuola conservatrice britannica della Nuova Destra". Ma Roger Scruton è per tutti un pensatore che s'interroga sui destini della modernità in maniera originale rispetto alle idee dominanti contrastanti con la sua visione dell'Occidente che vede ripiegato su se stesso, incapace di sviluppare un dinamismo che lo faccia essere protagonista a pieno titolo del nuovo Millennio. Filosofo, docente di estetica, compositore, musicologo, polemista, fondatore della rivista di cultura "The Salisbury Review", Scruton, a sessantasei anni, scuote con ogni suo scritto l'Inghilterra e l'Europa con la stessa forza che aveva qualche decennio fa, quando s'impose all'attenzione ripensando il conservatorismo alla luce della modernità, senza venire meno agli insegnamenti di Edmund Burke e soprattutto di T.S. Eliot, ma rendendo più percepibile un movimento che si riteneva appiattito esclusivamente sulle politiche thatcheriane e reaganiane. Il pensiero di Scruton oggi è parte integrante del dibattito politico-culturale britannico e, sia pure indirettamente, influenza il neo-conservatorismo di David Cameron. Dopo aver pubblicato in Italia Guida filosofica per tipi intelligenti, L'Occidente e gli altri. La globalizzazione e la minaccia terroristica, Manifesto dei conservatori, La cultura conta, oggi si ripresenta con un agile libro-intervista, curato da Luigi Iannone che lo stimola a riassumere le sue idee, dal titolo emblematico «Il suicidio dell'Occidente» (Le Lettere, Milano, pag.71, 9,50 euro) nel quale, dichiarando che "le persone hanno bisogno di radici senza le quali invecchiano e poi muoiono", mette alla berlina, anche in maniera piuttosto caustica, i "vizi" fondamentali che stanno portando il "nostro mondo" alla dissoluzione a fronte dei processi di globalizzazione e dell'emergere di un Islam aggressivo che davanti a sé trova soltanto la "religione" dei diritti universali, peraltro declinati in maniera talmente debole dalle organizzazioni internazionali da rendere permeabile l'America e l'Europa all'invasione di forze religiose e culturali che non fanno mistero di volerle stravolgere. Scruton è, naturalmente, un cristiano che tuttavia non lancia crociate di tipo fideistico, ma affidandosi ad un freddo ragionamento politico elenca tutto ciò che non va nel vecchio Occidente per potersi difendere e proporsi ancora come motore di storia. Un'accusa, sottolinea Iannone, rivolta innanzitutto alle élite europee che pigramente indietreggiano, "una casta che si riproduce per cooptazione e concede spazi al nemico interno esterno il quale tende a rendere innocua la nostra identità". Uno scenario apocalittico rispetto al quale le classi dirigenti occidentali non sembra che abbiano la concreta percezione del pericolo incombente. Ad esse Scruton si rivolge esortandole a favorire lo studio della cultura e dell'eredità europea a fronte di un'invadenza globalista che minaccia di distruggere le specificità e le differenze. Da questo punto di vista, dice, lo Stato-nazione, dato per defunto dagli universalisti, è la garanzia primaria dell'ordine civile, politico e culturale verso il quale tendere. Così come non si può prescindere dal restaurare la concezione della bellezza a fronte di una tecnologia invasiva e totalitaria e riconsiderare i rapporti tra scienza e fede che soltanto un laicismo estremista ed irresponsabile vorrebbe inevitabilmente conflittuali. Insomma, Scruton pensa che "si possa essere conservatore e allo stesso tempo un cauto ottimista, rendendosi conto della possibilità di difendere la nostra civiltà e di adattarla ai cambiamenti". Una lezione di realismo da tenere presente.

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