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L'ateismo cieco di Saramago

L'articolo de L'Osservatore Romano su Jorge Saramago

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Sapete che cosa impressiona degli intellettuali di sinistra? Che sono sempre uguali a se stessi, granitici nelle convinzioni. Duri e puri. Dunque, prevedibili. Che significa anche: fedeli alle parole d'ordine di mezzo - che dico? - di un secolo fa. Josè Saramago, il premio Nobel portoghese che ha detto addio al mondo l'altroieri, era esattamente così.   Da sessant'anni marxista, iscritto al Partito Comunista dal 1969, aggrappato alle proprie idee anche dopo il crollo dell'Urss, del Muro di Berlino, dell'utopia rossa di livellare tutte le teste degli uomini, che per fortuna uguali non possono essere. Non c'è resipiscenza, non c'è perdono. Solo livore e accuse, nel mondo di Saramago. E dunque anche il suo ateismo tocca eccessi accecati. Un delirio di onnipotenza che si risolve nell'autoinnalzamento a Dio quando imputa al Creatore le stragi di innocenti, le tragedie della Storia. O quando, come ne «Il Vangelo secondo Gesù Cristo», del 1991, fa rivoltare il Figlio contro un Padre che guarda la crocifissione senza muovere un dito. Forse proprio questa negazione dell'umanissimo dubbio, dell'alea della Provvidenza, del mistero dei destini e della Storia, della metafisica dell'anima sta dietro al duro «coccodrillo» che di Saramago ha fatto ieri «l'Osservatore Romano». La mente del portoghese, ha scritto il giornale della Santa Sede, è stata sempre «uncinata da una banalizzazione del sacro e da un materialismo libertario che quanto più avanzava negli anni, tanto più si radicalizzava». Cieco dunque l'autore di «Cecità» (romanzo peraltro suggestivo, che vive dell'invenzione dello scrittore invece che l'ideologia): l'intellettuale - incalza il quotidiano di Gian Maria Vian - «lucidamente autocollocandosi dalla parte della zizzania nell'evangelico campo di grano, si dichiarava insonne al solo pensiero delle crociate, o dell'inquisizione, dimenticando il ricordo dei gulag, delle "purghe", dei genocidi, dei samizdat culturali e religiosi». Ecco, la memoria corta è il punto più debole del Grande Accusatore lusitano. Ma l'incapacità di affrontare il Mistero è forse il suo peccato più grande, quello che nega la sua intelligenza. É un boomerang, perché ottunde la mente, invece di aprirla. E la costringe ad essere scontata. Così come scontati, appunto, sono stati i commenti, i titoli dei giornali per i quali il Nobel è stato una bandiera. Antisemita feroce? Ecco al-Fatah a lutto che saluta «il compagno Saramago». Anticapitalista che se l'è presa con il «delinquente» Berlusconi, peraltro suo editore? Ecco «la Repubblica» che sviolina e chiama a scriverne il peana la nuova star degli engagé, l'enfant terrible Roberto Saviano. Un altro che ha fatto i soldi con i libri pubblicati da Mondadori, leggi ancora Berlusconi. «Il mio maestro José», così Saviano chiama Saramago sulla prima pagina del quotidiano di Ezio Mauro. Segue l'ispirato pezzo dell'autore di «Gomorra».   Ci fa scoprire così l'amicizia che lo legava, lui giovane arrabbiato, all'altrettanto arrabbiato vecchio Saramago. Viene da chiedersi: precettore sì, ma di furori ideologici, ché la scrittura fantastica e barocca del Nobel nulla ha a che fare con il realismo cronachistico del campano. Ma che fa? Se è diverso lo stile letterario, quello politico li accomuna. Per Saramago, poi, un conformismo in più. L'ultimo libro «Caino» torna ad attaccare la Chiesa, vent'anni dopo «Il vangelo secondo Gesù Cristo». Il Dio biblico di Saramago è ancora «rancoroso, cattivo, indegno di fiducia». Il portoghese non argomenta, parla per slogan. Come quello per il lancio del libro, appena tradotto in italiano da Feltrinelli: «Che diavolo di Dio è questo che per innalzare Abele, disprezza Caino?». Pare di stare ad Annozero, con gli agitatori Travaglio, Santoro, Saviano. Fatti tutto con lo stampo.  

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