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La calda estate di Tambroni e la nascita del centrosinistra

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Lospauracchio della censura e del colpo di Stato contro la democrazia è un ritornello ricorrente nello scenario italiano. Un sentimento da nostalgici, di cui è permeata certa sinistra, degli avvenimenti del primo dopoguerra quando gli operai scesero in piazza a difendere la Costituzione. Fatti lontani che oggi possono essere riletti con una versione meno ideologica. Genova, 1960: i giovani indossano la casacca tipica dei portuali, la stessa divenuta di gran moda grazie a Marlon Brando e manifestano per le vie della città contro la decisione del Msi di convocare il proprio quinto congresso nel capoluogo ligure, città simbolo della Resistenza. Così i ragazzi con le magliette a strisce diventano baluardo di libertà in una delicatissima fase storica, tra repressione di piazza e diritti costituzionali in bilico. Le ferite della guerra sono ancora aperte e la tensione è altissima: il governo presieduto da Fernando Tambroni vieta i cortei e l'intervento della polizia scatena scontri durissimi tra le forze dell'ordine e i manifestanti. Partendo dai «fatti di Genova» Annibale Paloscia, cronista attento di quegli anni, ricostruisce meticolosamente le vicende di quel periodo nel libro «Al tempo di Tambroni» edito da Mursia, rievocando, con una serie di documenti frutto di ricerche negli archivi del Viminale, una delle pagine più drammatiche del dopoguerra. Lo scenario, in quella fase, è quantomai inquietante: la minaccia atomica, la guerra fredda, l'Europa in bilico tra blocco occidentale e Paesi sovietici, il Muro che prende vita a spaccare in due Berlino e il Vecchio Continente. L'ombra di strutture clandestine di controguerriglia per contrastare un'ipotetica invasione comunista. E ancora le tensioni tra Italia e Jugoslavia, l'ombra di una doppia «Gladio», inizialmente anti-titina e poi trasformatasi in una struttura anti-sovietica, i dossier di spionaggio politico, una «maniacale vigilanza degli Affari riservati sui partiti e sull'attività sindacale». In questo clima, rileva Paloscia, prende corpo l'idea della «costituzione di un organismo segretissimo finalizzato all'azione anticomunista». Inizia ad operare un «gruppo qualificato e segreto da impiegare nell'attività anticomunista»: è il Go (Gruppo Operativo), dall'organico inizialmente costituito da una trentina di poliziotti triestini. Una sorta di «polizia speciale» che «si dota di moderne apparecchiature per le intercettazioni e sparge microspie nelle sedi del Pci e nei luoghi di riunione dei rappresentanti del Fronte nazionale algerino». Era il tempo che ci voleva un permesso per andare da Palermo a Torino a cercare lavoro altrimenti si rischiava di essere rispediti al luogo di partenza con il foglio di via. Nelle questure erano schedati i malati di mente, gli alcolisti, le prostitute, gli omosessuali, i comunisti e perfino gli antifascisti che avevano subito il carcere sotto la dittatura. Mario Scelba, democristiano e ministro dell'interno, sosteneva che bisognava «evitare di farsi intrappolare dalla Costituzione». A Genova, scendevano in strada i ragazzi dalle magliette a strisce, a Roma, nei palazzi della politica, e in primis in quello di piazza del Gesù, si combatteva una battaglia silenziosa per ricostituire una maggioranza «fondata sull'arco dei partiti democratici», in prima fila Aldo Moro che, per coagulare una coalizione tra partiti diversi per idealità e visione sociale, coniava le «convergenze parallele». Le cariche della polizia, le sassaiole di Porta San Paolo portano al capolinea il governo Tambroni del quale il presidente della Repubblica Giovanni Gronchi dubitava della «sue lealtà democratica». Paloscia ricostruisce quelle pagine drammatiche, la Repubblica democratica in bilico, e gli sforzi di Nenni, Pertini, Fanfani e Saragat di dare una svolta in quel momento drammatico. Una svolta verso il Centrosinistra.

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