Cerca
Logo
Cerca
Edicola digitale
+

Gassman Star

Esplora:
default_image

  • a
  • a
  • a

Direttoreartistico del Teatro Stabile del Veneto dove ha iniziato una politica di maggiore coinvolgimento del pubblico giovanile, l'attore è nelle sale con il film «Il compleanno» e riprenderà in autunno le repliche del prezioso e fortunato «Roman e il suo cucciolo» con tappa romana al Quirino, in attesa della futura uscita delle sue nuove pellicole «Il padre e lo straniero», tratto dal libro di De Cataldo e diretto da Ricky Tognazzi, e «La donna della mia vita» di Cristina Comencini con regia di Luca Lucini. Perché aveva tanta voglia di proporre «Immanuel Kant»? «È un progetto covato per molti anni, un grande sogno che si avvera, con il forte impegno scenico di dodici attori, alcuni presenti anche ne "La parola ai giurati" e quattro giovani selezionati appositamente. Questo lavoro ha temi profondi in un universo grottesco: la cecità umana è intesa come incapacità di guardarsi intorno. C'è un'umanità rappresentata da dementi e falsi arrivisti che sintetizzano il nostro mondo: Kant lascia la sua città per darsi appuntamento con una bisbetica milionaria su una nave che condurrà lo spettatore in un viaggio ai confini della ragione. Mi permetto così un'avventura al di fuori del realismo in un lungo lasso temporale dal clima molto onirico e soprattutto divertentissimo». Qual è l'idea di teatro che mette in pratica dirigendo uno stabile? «Per fortuna in Veneto sto lavorando senza interferenze con un consiglio di amministrazione che mi sostiene. Spero che sia indicativo anche per altri stabili comprendere l'importanza di riportare a teatro i più giovani. Fra Padova e Venezia ci sono 40 mila universitari che vanno attirati con meno classici e più drammaturgia contemporanea. Voglio creare un blog teatrale, dove sarò presente in collegamento con le radio per rendere partecipi gli studenti e scoprire i loro gusti». Quando si sente un vero erede di suo padre? «Nella convinzione che il teatro debba far arrivare emozioni. Ci si riesce solo correndo qualche rischio, come mi è accaduto con "Roman e il suo cucciolo", un testo sconosciuto che ha funzionato a meraviglia grazie all'apporto dell'interpretazione e della regia. Papà cercava "la puzza di zolfo", cioè quello che rende sorprendente e necessario uno spettacolo. Non se ne può più delle medesime proposte e degli stessi manierismi: il teatro va fatto solo se si ha voglia di raccontare e di stupirsi dell'effetto scatenato nel pubblico. Non è certo uno strumento per sbarcare il lunario». Nel film «Il compleanno» è un personaggio negativo, come si è trovato? «È un tipo di uomo molto diffuso: un padre che pensa solo a se stesso e non si accorge del figlio. Ho accettato il ruolo perché mi piaceva la sceneggiatura anche se la pellicola a Venezia ha avuto critiche alterne».

Dai blog