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Tra una risata e l'altra un grandissimo sportivo

Raimondo Vianello

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Raimondo entrò in casa nostra con il primo televisore, a metà degli anni Cinquanta, insieme a Ugo, Walter, Alberto, Paolo, Nives, Fulvia e tutti gli altri personaggi tivù che a quei tempi le nonne, le mamme e le zie chiamavamo per nome perché li ritenevano amici di famiglia. Era, quella, la stagione in cui andava ricostruendosi non solo il focolare - in molti casi sostituito dall'apparecchio tivù - ma anche il giro delle amicizie perdute negli anni terribili della guerra. Ricordo che alla prima apparizione di Raimondo Vianello e Ugo Tognazzi con il popolarissimo show "Un, due, tre" papà se n'era uscito con un "ce l'ha fatta, finalmente", spiegandoci poi che quel signore lungo, secco, biondino, solare e simpatico era stato epurato anche lui, a guerra finita, e mandato in prigionia a Coltano, insieme ai coetanei Walter Chiari, Enrico Ameri, Enrico Maria Salerno, il marciatore Pino Dordoni, Luciano Salce e il grande Ezra Pound. Più tardi, quando cominciai a far questo mestiere, quei giorni di prigionia me li raccontò Walter Chiari, una sera, a Riccione, mentre mi parlava di Mario D'Agata, il pugile muto. Walter diceva che paradossalmente il meglio della comicità cinetelevisiva italiana era nato in quel campo di dolore ma preferiva poi raccontare i comuni trasporti sportivi: lui era stato anche un discreto boxeur, prima di arruolarsi nella Repubblica Sociale, Raimondo uno sportivo più completo e, nonostante quel fisico non da grande atleta, l'avevano arruolato bersagliere. Più tardi, negli anni Settanta, il Signor Vianello mi raccontò di aver giocato a pallone con risultati interessanti: alla fine degli anni Quaranta, venticinquenne, aveva avuto un'offerta dal Palermo del Principe Raimondo Lanza di Trabia, ritenuto l'inventore del calciomercato; Raimondo rifiutò, per continuare la vita d'attore, e lavorò spesso con Garinei e Giovannini che un giorno - fatalità - scrissero una commedia musicale, "La padrona di Raggio di Luna", dedicata al mitico svedese Arne Selmosson, protagonista del derby di Roma sui due fronti; la trama - inverosimile e fascinosa - trattava di una signora aristocratica proprietaria di un calciatore. Mavalà! In verità, la signora esisteva, e si chiamava Olga Villi - famosa attrice di teatro - che, morto il marito, ereditò da lui - Principe Raimondo Lanza di Trabia Branciforte Aldobrandini - il solo cartellino del calciatore argentino Martegani. Non fui mai intimo di Vianello, personaggio fra l'altro riservatissimo che riusciva ad appagare la tua voglia di confidenza anche con un solo sorriso, ma nella rare occasioni d'incontro, ai tempi del "Guerin Sportivo", si parlava di questo calcio lieve, ridente, curioso e spesso felicemente eroico. Il calcio che piaceva a Raimondo e che abbiamo potuto godere negli anni di "Pressing" - dal '91 al '99 - la trasmissione di Italia 1 che lo rese ancor più popolare alle masse, rivelando che non era necessario essere buzzurri e urlatori, per trattar di calcio, ma che addirittura si potevano esibire - con giudizio - humour, cultura, garbo, educazione, signorilità e spirito sportivo autentico: aveva, insomma, Raimondo Vianello, la classe di un campione. È ora di derby, a Roma, e immagino che domenica sera la partita dell'Olimpico gli sarà dedicata. Senza segno di parte. Un giorno mi disse per chi tifava, ma non me lo ricordo più. In fondo, può darsi che amasse, come Selmosson, entrambe le sponde. Addio, raggio di sole.

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