Dodici dicembre 1969, la Strage di Piazza Fontana. 12 dicembre 2009, un lungo silenzio. Qual è a distanza di 40 anni il mio sentimento? La mia risposta potrebbe apparire banale e retorica ma non é così: rabbia ed amarezza. Una lunga sequenza di fotogrammi drammatici scorrono nella mia mente. Ci troviamo ancora dopo 40 anni a mani vuote ed elemosinanti in attesa di essere colmate da pochi scampoli di una verità che, temo, non ci sarà mai dato modo di conoscere nonostante gli sforzi di quella parte delle Istituzioni tese con coraggio a dare una risposta ad una tragedia dai risvolti kafkiani. La mattanza di Piazza Fontana, la prima nella storia democratica della Repubblica del dopoguerra, si é consumata in un grigio pomeriggio milanese dove l'atmosfera prenatalizia riempiva l'aria dell'odore delle caldarroste e del suono degli zampognari. Improvvisamente questa vigilia di un fine settimana è stata squarciata dalla bestia distruttiva di un disegno cinico ed irresponsabile entrato violentemente nella vita di tante famiglie, lasciando a distanza di troppi anni interrogativi inquietanti ed un desiderio di giustizia e verità per ridare almeno dignità alle famiglie dei deceduti ed ai superstiti. Quei telegiornali in bianco e nero che ricordano più un noir francese che una tragedia italiana danno l'immagine di un fatto lontano nel tempo, estraneo ed incomprensibile alle generazioni di oggi. Il mattino dei funerali il cielo di Milano divenne improvvisamente plumbeo quasi volesse pietosamente coprire con la sua cappa di nera foschia quella tragica cerimonia. Il sagrato del Duomo era colmo all'inverosimile di facce attonite e sgomente appartenenti a tutti i ceti sociali della popolazione milanese. Un lungo e imbarazzante silenzio accompagnava l'ingresso delle bare nella Cattedrale, un silenzio assordante e dignitoso che rispettava l'intimità della morte, un silenzio scandito solo dal ritmo dei passi dei portatori di bare contenenti poveri corpi straziati tra i quali mi ero trovato pochi giorni prima all'interno della banca. Quest'immagine mi accompagna da allora. Sono vivo. Fortunatamente sono stato ferito solo superficialmente nel corpo, ma la mia anima insieme alla qualità della mia vita personale é stata devastata per sempre. Soffro infatti di una patologia denominata «disturbo da stress post traumatico» che ha dato origine ad una vita invalidante sotto il profilo psichico. Questa patologia mi é stata riconosciuta e certificata dal Centro di Neuroscienze dell'Ospedale e Clinica Universitaria di Siena, massima autorità ospedaliera in questo settore, dove da tempo vengo seguito e curato con terapia farmacologica dalla dottoressa Bossini dell'Ospedale unitamente al dottor Lorini, mio psichiatra personale. Sono amareggiato perché tale certificata patologia non mi é stata a tutt'oggi riconosciuta dallo Stato.
"Dopo anni di indagini siamo a mani vuote"
