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Popolizio e Gogol

Tiberiade Matteis Sarà Massimo Popolizio il protagonista di «Gogol a Roma», drammaturgia originale di Riccardo Barbera, in scena da stasera a giovedì al FontanonEstate con Francesca Romana Fioravanti al violino, Giuseppe Tortora al violoncello e Giovanna De Rubertis al pianoforte. Il raffinato interprete, già impegnato nelle prove di «Cyrano de Bergerac» che debutta a ottobre all'Argentina, racconta il legame dello scrittore ucraino con la città eterna fra ricostruzione storica e gioco teatrale. Come viene rievocato Gogol, di cui ricorre il bicentenario della nascita? «In una sorta di lettura-spettacolo vengono ascoltate le testimonianze filmate di figure storiche della sua biografia come la madre e la sorella. Ne appare un uomo misantropo, chiuso e pieno di difetti che però, fin dal suo arrivo a Roma nel 1837, vi riconobbe la terra in cui avrebbe sempre voluto vivere. Vi scrisse il racconto surreale "Il naso" che leggo quasi interamente e si innamorò di alcuni luoghi speciali come proprio il Fontanone del Gianicolo in cui ci troviamo. Si tratta della collocazione topica del racconto "Roma" che riguarda l'incontro fra un principe e una ragazza romana dispersa tra la folla e ben presto dimenticata in virtù della bellezza del panorama del Gianicolo. Gogol era soprattutto un bozzettista: sapeva delineare i caratteri con attenzione meticolosa ai dettagli e ai particolari dell'umanità. Vogliamo offrire una sua immagine didattica e ironica, inserendolo nella cultura romana dell'epoca fra clima solare, alberi sempreverdi e una Trastevere davvero popolare». Lei, invece, quale Roma preferisce? «Sono poco pittoresco. Di Roma mi piace rimpiangere quello che non c'è più, cercare il ricordo di ciò che è stato. Ora è una metropoli troppo incasinata, anche se mi intriga l'idea che sia una capitale». Che stagione artistica sta attraversando? «All'età di 48 anni ho raggiunto la maturità e la calma: sto raccogliendo quello che ho seminato grazie al credito acquisito con impegni di alta qualità. Non sento la crisi sul piano occupazionale, ma nella realtà progettuale. Non c'è interesse politico a mantenere un impianto culturale, mentre negli altri Paesi europei si investe già dalla formazione. È offensivo non essere considerati una risorsa, bensì un fastidio».

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