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Il visionario «colluso» coi politici che modellò l'Italia del boom

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L'ombradel sabotaggio,che incombe ancora su quella morte,era in qualche modo dovuta. Il successo che egli aveva conseguito in una vita di lavoro cominciata,pensate un po', come garzone di una modesta conceria marchigiana non consentiva di rassegnarsi all'idea che fosse rimasto vittima solo di un guasto o di un errore. Gli interessi che aveva sfidato e spesso piegato, in Italia e nel mondo,erano troppo forti per essere facilmente considerati estranei alla sua fine. Chi pensava di doverlo contrastare chissà per quanto altro tempo ancora rimase spiazzato da quel repentino epilogo. Fra gli spiazzati,per ripetere un termine che una ventina d'anni dopo sentii usare dallo stesso interessato conversando di quella vicenda,ci fu anche Indro Montanelli. Il quale tre mesi prima di commentarne la morte sul Corriere della Sera scrivendo di lui come di "un uomo di eccezionale personalità, di alto rilievo, di inesauste risorse...forse grande nel male come nel bene ma comunque grande", lo aveva a suo modo indagato, sempre sul Corriere, con cinque lunghi e corrosivi articoli. Ad accomunarli nei titoli egli aveva chiesto e ottenuto dal direttore Alfio Russo queste parole: "I poteri che sconcertano l'opinione pubblica". Quali erano i poteri di Mattei che avevano allarmato Montanelli mentre un governo Dc-Psdi-Pri presieduto da Amintore Fanfani preparava la nazionalizzazione dell'energia elettrica, richiesta dai socialisti come condizione per potersi alleare anche loro l'anno dopo con lo scudo crociato, aprendo la lunga stagione del centro-sinistra? I poteri rimproverati a Mattei erano quelli di monopolizzare il mercato italiano degli idrocarburi,di perseguire affari con paesi esteri,particolarmente quelli dell'Est, del Medio Oriente e dell'Africa, aggirando i vincoli internazionali derivanti dalle alleanze politiche e militari dell'Italia, di condizionare i partiti e le loro correnti, di maggioranza e di opposizione, con finanziamenti diretti e indiretti. Cosa, quest'ultima, che lo stesso presidente dell'Eni paragonava spavaldamente a un servizio di taxi, di cui si dispone a tariffa. Oltre che di una rete più o meno organica di rapporti con il sistema politico italiano e di una sua diplomazia internazionale, spintasi peraltro a finanziare, tra le comprensibili proteste del governo di Parigi, la lotta di indipendenza degli algerini dalla Francia, l'Eni di Enrico Mattei era accusata di essersi data una impropria o addirittura arbitraria dimensione editoriale. Che ebbe nel quotidiano Il Giorno la sua espressione più vistosa e riuscita, tanto da essere imitata poi per grafica e contenuti da tanti giornali. Del Giorno, in verità, Mattei aveva cercato in un primo momento di negare la paternità. Quando non fu più in grado, o non ebbe più voglia di nasconderla, l'assunse con l'orgoglio e la grinta abituali, che sarebbero poi mancati ai successori quando gestirono quella testata come una scomoda eredità, e infine se ne liberarono. Oltre ai "poteri", Montanelli nella sua lunga inchiesta giornalistica aveva contestato a Mattei i bilanci, cioè i conti, a suo avviso "oscuri" e troppo poco controllati da chi si affrettava solo a garantire i finanziamenti pubblici ogni volta che venivano richiesti. Abituato alle polemiche e agli attacchi, Mattei non era solito reagire direttamente, preferendo farsi difendere da altri. Con Montanelli e il Corriere egli aveva fatto però un'eccezione scrivendo una lunga e documentatissima lettera pubblicata integralmente dal giornale milanese il 27 luglio. Montanelli fu impietosamente sbertucciato per parecchi errori in cui era incorso trattando di contabilità ed energia, sino a fare una certa confusione, per esempio, tra metano e petrolio, o tra utile lordo e netto,o tra autofinanziamenti e debiti. Per evitarli gli sarebbe bastato consultare preventivamente "un modesto ragioniere appena diplomato", aveva scritto Mattei, che peraltro proprio di quel diploma disponeva. Montanelli nella replica, pubblicata nello stesso giorno, accusò il colpo. Da una parte cercò di confinare i suoi errori nel recinto dei "particolari tecnici", dall'altra tradì una volta tanto il suo stile con un'acrimonia della quale poi mi confidò di essersi "un po'" pentito apprendendone la morte. In particolare, aveva contestato a Mattei "il tipico linguaggio di un gerarca" per essersi appellato al "patriottismo" nella sua difesa dalle critiche ricevute sul Corriere. Ma del proprio patriottismo quell'uomo era fiero a buon motivo, sia come ex comandante partigiano sia come capo di un'azienda costruita su quelle che avrebbero dovuto essere solo le ceneri dell'Agip. Ritenuta inutile,gliela avevano affidata all'indomani della guerra perché la liquidasse. A ordinarglielo furono governanti che, apprezzabili per altri versi, si rivelarono incapaci, almeno in prima battuta, di valutare le potenzialità del mercato energetico, felicemente inseguite poi dal cane ai sei zampe.

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