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Mister Updike affondato in un morbido razzismo

È stato un grande, prolifico scrittore, autore di una sessantina di libri (il suo ultimo uscirà postumo il prossimo giugno), che ha coltivato quasi tutti i più importanti generi letterari: il racconto, il romanzo (brillantemente), il saggio critico, la poesia (versi leggerini e abbastanza dimenticabili). Ma tutto ciò sarà esplorato a freddo nel futuro prossimo; questo è solo un piccolo commento laterale.


"Uomo di lettere" è l'espressione che ricorre più frequentemente per designare Updike: e l'uomo di lettere è sempre un sintomo e un simbolo, oltre che un personaggio autonomo. Un esempio della sintomaticità di questo scrittore è il trattamento eccezionale riservatogli dal selettivo New York Times: che dopo il lunghissimo necrologio del 28 gennaio è tornato sull'argomento anche nei due giorni successivi.

Eppure c'è un'aria di riserva, una certa puzzetta sotto il naso, che ha circondato e continua a circondare Updike. Perché? Lo fece capire indirettamente ma chiaramente lui stesso quando in un'intervista del 1966 dichiarò: "Il mio tema centrale è la classe media americana protestante delle piccole città". Dice: ma che cosa c'è di controverso e pericoloso in questo soggetto così borghese? C'è, c'è... Questa componente della comunità americana, infatti, è quella che possiede il dubbio onore di essere designata dall'unico termine di discriminazione dal sapore razzistico che sia rimasto rispettabile nella conversazione americana (soprattutto in quella degli intellettuali): WASP, un acronimo le cui iniziali corrispondono a "White Anglo-Saxon Protestant". E wasp come si sa è anche un nome comune in inglese, che vuol dire "vespa".


È facile immaginare le lacerazioni di vesti che seguirebbero alla designazione di qualunque altra comunità etnico-religiosa degli Stati Uniti con un epiteto sarcastico che fosse sinonimo di un animale; soprattutto se questo epiteto apparisse a stampa; e soprattutto in un giornale ossessionato dalla correttezza politica come il New York Times. E invece ecco per esempio questo piccolo capolavoro, da uno degli articoli su Updike nel succitato quotidiano: «Qualche volta è stato liquidato come un WASP, ma...».

Fermiamoci un momento, e chiediamoci quale sarebbe potuta essere la continuazione del discorso. Si sarebbe potuto dire qualcosa come: «...ma è un po' razzista e molto pigro usare questa etichetta pseudoraffinata e in effetti banale per Updike o per chiunque altro». Peccato che in realtà l'autrice dell'articolo prosegua testualmente così: «Qualche volta è stato liquidato come WASP, ma la sua famiglia allargata (Updike si era risposato, e lascia molti figli e moltissimi nipotini) è quasi altrettanto varia razzialmente che quella del Presidente Obama». La prova? L'articolista spiega che, in una fotografia che accompagna uno dei libri dello scrittore, appare «uno che sembra essere un nipotino afro-americano del signor Updike».


Sciocchezze, si dirà - ma anche le sciocchezze possono essere sintomatiche: siamo arrivati al punto che c'è chi si sente in dovere di «difendere» uno scrittore dalla «accusa» di essere bianco, anglosassone e di radice protestante. È un semi-razzismo piccino e morbido, ovvero soft: ma sarebbe ora di lasciarselo alle spalle.
 

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