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Gino Paoli: "Ci serve una dittatura illuminata"

Gino Paoli: "Ci serve una dittatura illuminata"

Gino Paoli

Non vogliono rassegnarsi al fatto che Paoli quella meraviglia la scrisse non per un'amatissima, ma per una professionista, impegnata con lui in un'anonima "quindicina". Da mezzo secolo gli innamorati sognano di trovarsi sotto quel cielo in una stanza, abbandonati come se non ci fosse più niente al mondo tranne le loro anime nude.

Non vogliono rassegnarsi al fatto che Paoli quella meraviglia la scrisse non per un'amatissima, ma per una professionista, impegnata con lui in un'anonima "quindicina". Una marchetta, insomma. Gino sbuffa: «La storia della puttana non va giù ai romanticoni. Ma mica era come oggi. Quando ero ragazzo queste signorine ti svezzavano, ti coccolavano. Una di loro, un giorno, mi diede una sberla. Avevo rimediato brutti voti in pagella e si incazzò. Avrò avuto quindici anni». Poi tutta una vita a cantare l'amore, da vera canaglia. «L'importante è di non fingere di averle capite, le donne. C'è un pezzo, in questo nuovo disco, dove torno a parlarne. Si chiama "La chiave": l'avessi trovata, le comprenderei. E comincerei a invecchiare».


Per le donne ne ha fatte di ogni sorta. Parla mai con quel proiettile che le resta piantato a un niente dal cuore?


«Me lo scordo, tranne al metal detector. Era stato un modo per giocare con la morte, per capire cosa si prova quando ti punti addosso una pistola. Semmai non mi perdòno quel che accadde dopo».


Cosa?


«Tenco veniva a trovarmi in ospedale, restava per giorni fuori della mia porta e si chiedeva cosa avessi combinato. È evidente che poi lui abbia voluto imitarmi, portando alle estreme conseguenze il mio stesso gesto. Ancora oggi mi sento in colpa per Luigi».


Eravate figli della guerra, le armi facevano parte del vostro quotidiano.


«Era naturale tenerle in mano, dopo aver passato l'infanzia senza sapere se tuo padre o tua madre sarebbero stati sventrati da qualche bombardamento».


Imparò a crescere a pane e rinunce. Andava a dormire all'ospizio dei poveri di Genova, in Vicolo Macelli.


«Spesso non c'era neppure il letto. Quando eravamo in tanti dovevi contentarti di due corde fissate nel muro. Dormivi in piedi, agganciato alle funi come una marionetta».


Lei ha sempre vissuto in modo scomodo.


«Sono rimasto fuori dal corteo. La ricerca della comodità, del benessere materiale, porterà la nostra società in un baratro definitivo. Non sappiamo più come alimentare il consumismo, mentre pian piano ci erodono la nostra individualità. Questo mio nuovo cd, "Storie", è un tentativo di cercare l'innocenza dell'umanità. Sono un fan del fanciullino di Pascoli».


Dodici canzoni raccontate più che cantate, con arrangiamenti minimalisti. Una si chiama "L'uomo che vendeva domande". Qual è l'interrogativo che le frulla di più in capo, di questi tempi?


«Data l'età, dialogo con la morte, ma senza drammi. Mi chiedo che mondo farà dopo, in quale scenario vivranno i miei figli. Temo che il libero pensiero soccomba ai dogmi dei monoteismi religiosi e laici, al tentativo di dimostrare che io ho capito tutto e tu devi adeguarti. Io sono politeista, credo nella natura: quando il mare infuria me la prendo con Nettuno e quando tira vento con Eolo. Da vecchio anarchico».


Ma da anarchico, un bel giorno accettò di schierarsi politicamente.


«A Pegli c'era una scritta sul muro: "Anarchico e comunista". Io ridevo: che cazzo voleva dire? È una colossale contraddizione».


Appunto.


«Ma non presi mai la tessera del Pds. Ero indipendente di sinistra».


Oggi che farebbe?


«Ripeterei l'esortazione di Grillo: li manderei tutti a quel paese, a destra e a sinistra. Salverei solo qualcuno con un minimo di credibilità, ma non farò nomi. La verità è che per tirare avanti la baracca servirebbe una dittatura illuminata».


Il cesarismo?


«Sì, ma nessuno di quelli al potere oggi in Italia pensa al bene comune. I vecchi dovrebbero formare la classe politica di domani finché non spunti un saggio in grado di gestire la cosa pubblica senza profittarne. Uno che decida per vent'anni. Il limite della democrazia è che tutti chiacchierano e nessuno governa davvero».


Sorprendente.


«So che non sarò frainteso».


Obama dice: abbiamo scelto la speranza sulla paura.


«Non ci credo: la società si fonda sulla paura, sui "mostri" immaginari che castrano la personalità».


A proposito: nel disco c'è un pezzo controverso, "Il pettirosso", dove un anziano stupra una bambina e poi muore. 
 

«Quel tipo di "mostro" è diverso: è un essere umano che non conosce la differenza tra il bene e il male».


Ieri ha cantato in un concerto-evento all'Auditorium di Roma. In cinquant'anni di carriera ha imparato a odiare qualche sua canzone?


«Certo che no. Non è colpa di "Sapore di sale" se divenne un successo. Quando composi "Senza Fine" il mio editore, il padre di Mogol, mi contestava che avessi messo su un valzer in tempi di rock'n'roll. E io amai il pezzo ancora di più. Non capisco De Gregori che detesta la sua "Donna cannone", uno dei capolavori della musica italiana».


Perché non ha partecipato al disco di duetti di Ornella?


«Ogni tanto lei fa la stronza. Mi aveva chiamato per propormelo, dicendo che mi avrebbe ritelefonato. A un certo punto, invece, il suo cd era completato senza che ne sapessi nulla. Non importa. È una vita che litighiamo».


Che avrebbe detto De André sulle celebrazioni per il decennale?


«Avrebbe rifiutato questa kermesse. Io, lui, Tenco o Lauzi eravamo solo onesti cantautori. Il che non toglie che Fabrizio toccasse vertici poetici assoluti».


Lei andrà a Sanremo per fare il padrino della giovane Malika Ayane.


«Canteremo "Come foglie". Ha talento, e volevo fare un piacere alla mia amica Caterina Caselli».


Guccini ha detto: X Factor aiuta i giovani.


«Non sono d'accordo. Per realizzare il sogno di uno si distruggono quelli di altri cento. È un gioco crudele, un'esecuzione di massa della speranza».

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