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Albertazzi dal 10 gennaio all'Argentina per l'ultima volta nei panni dell'imperatore

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«Vi offro Adriano, prima dell'addio»

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Dal 10 gennaio torna all'Argentina di Roma con una nuova edizione del suo cavallo di battaglia "Memorie di Adriano", diretto da Maurizio Scaparro, e dal 16 gennaio inaugura la stagione del Teatro dell'Opera della capitale con la sua regia di "Salomé" a cui ha aggiunto un prologo recitato. Per l'autunno è previsto, inoltre, il suo debutto in "Moby Dick" dove si presterà al ruolo del capitano Achab, che fu di Gassman nello spettacolo "Ulisse e la balena bianca" incontrando un regista quarantenne ed eversivo come Antonio Latella. Cosa significa essere ancora una volta l'imperatore Adriano? «La mia interpretazione è cambiata moltissimo nel tempo. Gli anni mi inducono a mutare e allora rivelo aspetti diversi del personaggio. Resta intatto il mito della bellezza che tende a sfiorire e a svanire: è un momento estetico sublime perché si comprende che tanto più ci si avvicina a quella perfezione tanto più la si perde. Devo dire che somiglio ad Adriano sempre di più: a causa di un intervento chirurgico non riuscito ho un difetto alla gamba sinistra e il disagio del rapporto con un corpo che invecchia aumenta in me avvicinandomi a lui. Avverto poi in maniera speciale e fascinosa quella disposizione dolce verso la morte che consiste nel tentare di sedurla o lusingarla come sanno fare i poeti. Per me ormai Adriano è una pelle e non mi annoia. In genere ho scaricato i miei personaggi dopo una ventina di giorni; Romeo è durato un anno e soltanto il Re Nicolò di Wedekind è rimasto per me vitale e sospeso, esistono per sempre invece Amleto e Adriano. Vorrei però abbandonare Adriano nel 2007, magari dopo una settimana di recite gratuite a Tivoli in una sorta di addio che forse diviene un passaggio necessario per andare oltre». Dirigere "Salomé" è un suo omaggio alla tradizione operistica? «È la mia quarta regia per l'Opera con cui ho un legame infantile in quanto, come molti italiani della middle-class, andai a vedere Mascagni da bambino con mia nonna e fui colpito dalla maestosità delle scenografie, ma la musica mi sembrò un grande frastuono. Ancora oggi non amo molto quel tipo di partiture e privilegio incondizionatamente il jazz che considero la mia sonorità. Quando recito, infatti, la variante è data dal ritmo e non dai toni ed è per questo che si dice di me che non interpreto, ma parlo. Nel caso di "Salomé" ho scritto un prologo recitato da affidare ai tre attori Anita Bartolucci, Sergio Romano e Maruska Albertazzi, che non è mia parente. Si parte così da un'ambientazione in bianco e nero tutta concentrata sulla parola e quando poi inizia la musica di Strauss arrivano i colori dei costumi di Elena Mannini». Quali emozioni le ha suscitato questa inconsueta esperienza registica? «È stato piacevole ed eccitante misurarsi con un'altra forma di comunicazione scenica. Di "Salomé" mi piace il fatto che nella musica viennese di Strauss si riconosca il valzer: fortunatamente non c'è mélo, ma una ritmica vicina a Schönberg e ai compositori più innovativi dell'espressionismo. E poi soprattutto c'è l'Eros, il mio dio, il mediatore che sa coinvolgere, secondo una concezione che va da Nietzsche a D'Annunzio da me fortemente condivisa. Dell'opera lirica, infatti, apprezzo l'elemento trascinante e l'immobilità necessaria agli interpreti per guardare il direttore d'orchestra. Sono sempre stato critico nei riguardi di un eccesso di azioni fisiche negli spettacoli. Non è vero che ogni battuta debba essere accompagnata da un movimento». In teatro però si sente più libero? «Assolutamente sì. Per il teatro bastano l'uomo, la parola e il gesto. Sulla scena riesco a conciliare le tre conquiste più importanti della mia vita: la possibilità di recitare senza bisogno di muoversi troppo, il silenzio "udibile" che sa essere più espressivo di ogni parola esaltando i contenuti verbali e

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